Marco Dezzi Bardeschi

2 GIORNATE DI EVENTI IN PUGLIA
EROGAZIONI LIBERALI

Marco Dezzi Bardeschi

Marco Dezzi Bardeschi

(Firenze 1934-2018)
Architetto, professore, teorico del restauro e critico, appartiene alla generazione che si è trovata a riflettere sulla contraddizione e sulla crisi di alcune modalità operative del Movimento Moderno. Si focalizza da subito sul recupero della Tradizione e della Storia, che egli stesso definiva: “due ‘opposti’ già allora ridotti, entrambi, a pittoresca replica passiva e a puro stereotipo in mano alla ‘speculazione edilizia’ (cfr Calvino 1958)”. Una generazione che, sulla linea tracciata da Bruno Zevi, ha recuperato un rapporto critico ma fecondo con la Storia, riscoprendo i valori identitari dei luoghi e della memoria collettiva.

 

La scomparsa di Marco Dezzi Bardeschi ci addolora profondamente, sia come membro dell’IN/ARCH, cui ha dato il suo contributo di idee fin dai primi anni di vita dell’Istituto, sia personalmente per la cordialità, che riusciva a stabilire fin dai primi rapporti. La stima nei suoi confronti è sempre stata incondizionata per la qualità della ricerca nel campo del restauro, modernamente intesa come valenza espressiva del contemporaneo, ma anche nel campo dell’architettura moderna nel suo insieme.

Non a caso a partire dagli anni ‘60 è stato più volte presente nei Lunedì dell’Architettura dell’IN/ARCH, dibattendo temi riguardanti, tra l’altro, il tema strategico per quegli anni della direzionalità e in particolare sul Concorso per il Centro Direzionale di Torino; il rapporto tra progettazione edilizia e product design in occasione della mostra su Gropius; le relazioni con l’Arte e in particolare il tema della memoria nella ricerca di Michelangelo Pistoletto.

Laureatosi in ingegneria con Giovanni Michelucci (1959) e poi in architettura con Sampaolesi (1962), Marco Dezzi Bardeschi ha orientato la propria ricerca sui temi della sperimentazione linguistica e della interpretazione storica, fondendoli nella specificità del restauro con un linguaggio espressivo fortemente connotato e personale

Come teorico, docente universitario, polemista e comunicatore infaticabile ha animato la discussione a difesa dell’architettura moderna e dei suoi protagonisti, in una infinità di convegni, di mostre e nelle riviste di settore. A partire dagli anni sessanta, infatti, partecipa attivamente a varie attività editoriali. Ha animato e diretto le riviste “Necropoli” (con Francesco Gurrieri ), “Psicon” (con Eugenio Battisti e Marcello Fagiolo) e la rivista quadrimestrale “Ananke”, cui ha dedicato gran parte delle sue energie per un quarto di secolo. Ha fatto parte, anche, del Comitato di redazione della rivista “L’Architettura, cronache e storia”, fondata da Bruno Zevi, e di “L’ingegnere, edilizia, ambiente, territorio”, sulla quale teneva la rubrica “Rileggendo i Maestri“.

 

Professionalmente ha iniziato come libero professionista e, subito dopo, ha acquisito esperienza nel sistema pubblico, prima presso le soprintendenze e nell’Istituto di Restauro dei Monumenti, poi come ricercatore nella Facoltà di Architettura di Firenze; infine dal 1976 presso il Politecnico di Milano, dove ha finito la carriera accademica da ordinario di Restauro architettonico.

Come progettista si segnala, nei primi anni sessanta, la partecipazione all’avanguardia architettonica fiorentina. In questo periodo progetta la casa Poggio Gherardo (1963), intervento che lo porta a segnalarsi fra gli esponenti di spicco della corrente Neobarocca (con Paolo Portoghesi e Aldo Loris Rossi); realizza poi il quartiere di San Jacopino che G.K. Koenig (“L’architettura. Cronache e Storia”, 1976) reputa: ” un inequivocabile segnale urbano, che s’impone come punto focale del quartiere. L’edificio appartiene a una razza assai rara: espressionismo organico. Si tratta di quel particolare innesto operato da Haring e da Scharoun, dei princìpi compositivi organici di Wright nella iperespressività formale espressionista. In altre parole: l’uso di forme inusitate, curve, cilindriche ma soprattutto puntute – come in una mazza ferrata”.

 

Grandi polemiche ha suscitato sia il restauro del Palazzo della Ragione a Milano (1978-1986), sia l’ardita sopraelevazione per la sala consiliare del Comune di Campi Bisenzio (1985 – 1993), anticipazione delle architetture ’parassite’ contemporanee.

I suoi interventi di valorizzazione e di ampliamento rappresentano tutti un alto livello in chiave di restituzione dei significati originari del monumento, capaci di rappresentare in modo dirompente la testimonianza e il rispetto di tale autenticità. Nel processo di re-interpretazione delle stratificazioni storiche, il layer legato alle nuove funzioni si caratterizza sempre per indipendenza sintattica con la preesistenza e forte adesione ai valori poetici, tecnologici e tettonici moderni. Approcci che lo avvicinano alla ricerca operativa di Roberto Pane e Franco Minissi.

 

Le sue architetture dimostrano, in particolare, quanto stimolante e costruttivo sia il rapporto tra architettura moderna e archeologia, quante opportunità di sperimentazione espressiva e tecnologica consenta. Esperienze straordinarie di dialogo per differenza utilizzando linguaggi hight-tech che consentono essenzialità, leggerezza e trasparenza. La contrapposizione e riscrittura complessiva dei valori spaziali è, per Marco Dezzi Bardeschi, l’unica soluzione ammissibile quando il nuovo si affianca alle strutture antiche, come è manifesto nel recente splendido restauro del Tempio Duomo del Rione Terra di Pozzuoli che, non a caso, ha ricevuto il Premio Nazionale di Architettura IN/ARCH-ANCE per un Intervento di Riqualificazione Edilizia.

Il tema della compresenza dei resti del Tempio augusteo, della fabbrica del Duomo barocco, degli interventi moderni di anastilosi e del successivo degrado sono tutti leggibili all’interno di un linguaggio a ‘palinsesto’ e di una metodologia complessa e raffinata che lo stesso Dezzi Bardeschi spiega eloquentemente. “Ricordando, con Gustav Malher – scrive nel catalogo della sua mostra per i cinquanta anni di attività – che Tradizione e Innovazione costituiscono un patrimonio materiale complessivo da mettere a frutto ogni giorno, custodendone il fuoco vivo e non adorandone le spente ceneri, l’itinerario che la mostra propone penetra nei più rappresentativi luoghi centrali (o più marginali) della città, mettendone a fuoco le straordinarie potenzialità nascoste che ne costituiscono il motore identitario.” Di Massimo Locci
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