Immaginare un futuro migliore per Roma

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Immaginare un futuro migliore per Roma

Fonte: Urbanistica comune di Roma

Questo l’impegno collettivo che in questi mesi è al centro del dibattito di intellettuali, forze produttive, esponenti politici e della città civile a cui, come IN/ARCH Lazio abbiamo dato un contributo con una ricerca ed una riflessione, in diretta collaborazione con il CRESME, dal titolo “Verso una nuova Civitas”. L’obiettivo è quello di restituire alla Capitale d’Italia il ruolo di protagonista assoluta nella competizione globale tra città che oggi caratterizza questa fase della storia dell’uomo e che le compete per vocazione, storia e potenzialità.

Questa prospettiva non indica la necessità di inseguire modelli di sviluppo che non appartengono alla nostra cultura, ma, al contrario, puntare ad utilizzare i propri valori identitari per costruire una crescita con forme e modi del tutto specifici. Questo è il significato del titolo da noi scelto “Per una nuova Civitas”. Roma non deve essere una icona surgelata, ma una città viva, pulsante in cui la trasformazione è non solo necessaria ma, anche, auspicabile. È necessario avere una visione del futuro progressiva e dinamica che miri al recupero della dimensione umana della vita in comunità a partire da un patrimonio urbano che non ha eguali.

Per questa ragione uno degli strumenti principe di una politica di riqualificazione urbana a Roma passa per quello che abbiamo chiamato il “Rinascimento Urbano”, un lavoro di rigenerazione che non può riferirsi solo alle periferie, ma, al contrario, deve intervenire a risolvere le tante contraddizioni che si sono generate (e sono tutt’ora presenti) nel tessuto urbano romano a partire dalle grandi espansioni del secondo dopoguerra. Sono aree che per la loro attuale baricentricità potrebbero svolgere un ruolo cardine nel ridisegno della città, ma sono anche aree che a Roma ricadono molto spesso nella cosiddetta Zona A di PRG.

Ricordo che a Roma la Zona A non designa più il Centro Storico ma la cosiddetta Città Storica, ovvero ricomprende in modo esteso e generico (si calcola circa 7300 ha che arrivano talvolta sino al GRA) i valori identitari che oramai si considerano consolidati. Si tratta di tessuti non omogenei nei quali convivono larghi tratti di città viva ed attiva con zone di degrado e di marginalità, di aree inedificate o di manufatti che negli anni hanno perso la loro funzione.

Proprio nella Zona A sono presenti numerosi edifici frutto di operazioni speculative della seconda metà del secolo scorso che costituiscono delle superfetazioni urbane del tutto estranee al contesto. Non a caso, accanto alla scelta strategica di definire genericamente Città Storica una parte significativa del tessuto urbano di Roma, è stata redatta una Carta della Qualità che serve a discernere, all’interno di questo vasta area, quali i valori da tutelare e valorizzare (non solo preservare) sia in termini di singoli edifici che di tessuti edilizi. È, giustamente, un documento pubblico non vincolante, ma di indirizzo demandando alla Amministrazione la responsabilità di assumersi con coerenza la responsabilità di operare le dovute scelte.

Oggi, improvviso ed improvvido e senza alcun confronto pubblico, arriva un provvedimento legislativo che evidentemente non conosce la realtà romana (l’emendamento all’art. 10 del DL Semplificazioni) e che per questa ragione finisce per confondere in modo dannoso valori e criticità con una generalizzazione che finirà per impedire il processo necessario di rilancio strategico della Capitale.

Il fatto è preoccupante nel merito perché significa non aver compreso la natura e le conseguenze di questa scelta nella realtà romana nella quale per approvare un Piano Particolareggiato occorre un arco di tempo incoerente con l’impellenza di attuare un cambiamento di passo nel rinnovamento della città. Genera preoccupazione anche il metodo scelto perché introduce un nuovo laccio normativo di cui non si sentiva assolutamente la necessità vista l’inestricabile macchina delle procedure già esistente.

Quando non si sanno disegnare prospettive si appongono vincoli.

La conseguenza è la ratifica di una politica del “dov’era com’era” che imporrà la riproduzione delle volumetrie e delle facciate di manufatti largamente deturpati dai vari condoni edilizi che si sono susseguiti perversamente negli anni in Italia con buona pace della possibilità di produrre risanamento urbano ed architettura contemporanea di qualità in una delle più belle città del mondo. Questo implicherà che finiremo per storicizzare gli abusi e che Roma anziché guardare con consapevolezza e fiducia ad un futuro di rinnovamento sarà ancora una volta costretta a procedere con la testa volta al passato.

Noi non crediamo che il destino inevitabile di Roma sia quello di trasformarsi in una città spettacolo in cui la storia ha oramai definito in modo ultimo la sua identità. Le potenzialità in termini di competitività della nostra città sono enormi e noi tutti abbiamo l’obbligo di operare le scelte necessarie a rilanciarne il ruolo produttivo.

Un’ ultima notazione: non è un obbligo per un legislatore avere conoscenza profonda e diretta di una realtà, ma in questi casi un poco di prudenza avrebbe suggerito di consultare uno dei grandi maestri della architettura contemporanea che per nostra fortuna siede in Senato e che della rigenerazione urbana utilizzando politiche di riammagliatura delle periferie urbane ha fatto il tema centrale dei suoi lavori di sperimentazione.

Sarebbe stato quanto meno opportuno se non altro per non vanificare tutto l’impegno corale che questa città sta mettendo per costruire una visione per il futuro di una delle più importanti capitali del pianeta!

 

Arch. Amedeo Schiattarella – Presidente In/Arch Lazio