Due o tre riflessioni sulla scuola media e l'università

Nel 2010 l'opposizione (PD) ha formulato 10 proposte per la scuola di domani che sono totalmente condivisibili. Rappresentano la piattaforma strumentale minima per una scuola che funzioni dignitosamente. Ma, per entrare nel merito di una riforma (con la R maiuscola) della scuola media, bisogna innanzitutto battere la cultura dell'attuale ministro che mostra di portare il Paese nella direzione opposta a quella auspicabile. Il ministro ha, infatti, moltiplicato il numero dei licei (sei almeno) ed ha riformato (più esattamente, ha consolidato) gli indirizzi e le funzioni degli istituti tecnici e professionali.
Prevale ancora una volta il pensiero di Gentile delle separatezze culturali e delle gerarchie sociali. Croce e Gentile hanno, infatti, prefigurato ed attuato una scuola con due principali caratteristiche:
  • ordina gli studi in ragione degli interessi di una classe dominante che privilegia la “sua” scuola (il liceo classico); risponde modestamente alla domanda di progresso tecnologico (con il liceo scientifico) nonché alla necessità di quadri intermedi (istituti tecnici) e di operatori qualificati (istituti professionali). Si sentono forti gli echi del pensiero aristotelico che distingue tra sapienza, saggezza e técne e di quello medievale che distingue tra “arti liberali” e “arti meccaniche”. Alla faccia della modernità!;
  • separa nettamente la cultura storico-filosofico-letteraria da quella scientifica.
Scrive Bruno Arpaia che l'80% degli interlocutori “intellettuali” dichiara di non essere interessato ai temi della scienza, ma non ammette buchi nelle conoscenze “umanistiche”: una scissione esasperata dalla metà del XIX secolo. Croce, sulla scia di Hegel, affermava che la scienza non ha valore conoscitivo e quindi, con Gentile, si permetteva di umiliare qualunque matematico che osasse prendere la parola nei dibattiti filosofici. E' uno dei presupposti sui quali Gentile ha fondato la scuola media attuale.
Sul rapporto tra le “due culture” si è ora riaperto con autorevolezza sul domenicale del Sole24ore un dibattito che ogni tanto cade colpevolmente in letargo.

Questa volta l'innesco proviene dall'area universitaria (Claudio Giunta) e parte dalla considerazione che troppi studenti si iscrivono alle facoltà storico-filosofico-letterarie e delle scienze umane, sia per mancanza di un loro interesse definito sia perché sono facoltà (apparentemente) più facili, benché è di tutta evidenza che non vi saranno sbocchi lavorativi sufficienti. Nel tempo si sarebbe costituita una convergenza di interessi diversi e nient'affatto nobili. in capo a ministeri, università, docenti e famiglie. che spinge i giovani verso le facoltà anzidette.
La diagnosi è certamente condivisibile e ben nota a chi insegna all'università da oltre quarant'anni e ne ha registrato il progressivo deterioramento generale, fatta salva qualche isola felice. Altrettanto condivisibile è l'idea che la “cultura diffusa” non può sopperire all'istruzione scolastica, ordinata per gradi crescenti di approfondimento. Meno condivisibile è l'idea che l'attuale situazione possa essere contrastata a partire dall'università. L'università, infatti, è un recapito finale e non bisogna alimentare l'illusione che essa possa sopperire alle carenze di base, specie se non esistono filtri d'ingresso adatti a selezioni basate su attitudine, competenza e merito.
 Non condivisibili sono anche le ibridazioni proposte da qualche docente (Vittorio Marchis) tra corsi di laurea scientifici e materie “umanistiche”. Si rischia che diventino iniziative portatrici di ulteriore frammentazione e destinate ad aumentare il numero già eccessivo dei corsi di laurea. Meglio accentuare i caratteri distintivi di ogni percorso di studi, dimagrendolo sino ai soli fondamentali vecchi e nuovi, e lasciare ai dottorati, ai master, agli interessi dei singoli e alla cultura diffusa il compito di mettere in relazione aree di studio anche distanti.

Al centro di questa situazione di crisi delle sedi e dei percorsi formativi; delle idealità, delle aspirazioni e dello spirito di sacrificio dei giovani; dello scarso interesse e delle incertezze educative delle famiglie, sta la scuola media, inferiore e superiore, vecchia ma oggetto di continue innovazioni casuali e pasticciate, indotte da scopi eterogenei, più iscrivibili nelle varie aree funzionali che in quella pedagogica.
Insomma, se una riforma della scuola media e superiore si vuol fare, si deve partire dalla riforma del suo profilo pedagogico; servirà anche all'università.

Qualche osservazione elementare può aiutare e la espongo partendo dalle esperienze personali di un docente della facoltà di architettura (dove si entra da qualunque provenienza!); questa precisazione è essenziale perché l'architettura fonda su entrambe le due culture, legate in modo inscindibile (cosa che la distingue sostanzialmente dall'ingegneria).
Orbene: è ammissibile che un giovane che entra nell'università sappia qualcosa (o anche tanto) di Leopardi, ma non conosca il significato della forza di gravità o la natura della corrente elettrica? Oppure che sappia cos'è una proporzione (e addirittura un integrale), ma non abbia nozioni minime di storia dell'arte? Che sia abile a tornire un corpo metallico, ma non sappia come funziona l'attrito (e magari ha ottenuto la patente automobilistica)? Che manovri agevolmente la partita doppia ma non conosca la Costituzione? Che abbia studiato proficuamente Kant ma non sappia dov'è il fegato e a cosa serve?
Non si pensa mai abbastanza al fatto che molti incidenti sul lavoro e molti di quelli che accadono in casa o in ufficio dipendono, a ben guardare, da carenze nelle conoscenze di base in fisica, in chimica, anatomia ecc. ecc. ; che molti equivoci e difficoltà quotidiane nei rapporti sociali dipendono da altrettante carenze di base in giurisprudenza, assetti istituzionali, disposti costituzionali e così via.

Domanda conseguente: l'attuale scuola media e superiore rende eguali i cittadini di fronte alla necessità di sapere, alla vita quotidiana, alle occasioni di lavoro e alla vita in generale?
Non si può rispondere affermativamente e se una riforma si deve fare questo è il vero punto d'attacco. Non è utile, infatti, rincorrere l'attuale ministro sulle sue proposte, finalizzate ad obiettivi che poco spartiscono con i bisogni del vivere; è più utile contrastarne le decisioni con un progetto del tutto innovativo che rimetta in campo categorie fresche, adatte ad un rinnovamento della società.
Si può pensare, ad esempio, ad un progetto che riarticoli gli otto anni delle scuole medie e superiori in modo da ottenere due risultati:
  1. un ciclo quinquennale obbligatorio, che parifichi tutti i cittadini in termini di conoscenze di base: un percorso di preparazione alla vita;
  2. un ciclo di specializzazione triennale che prepari varie uscite sul mercato del lavoro e/o sia una ragionata premessa alla scelta degli studi universitari.
Gli esperti sapranno scegliere e dosare le materie idonee alla finalità generale.
La proposta parte anche dalla conoscenza dei risultati ottenuti con i cosiddetti diplomi di laurea, inopinatamente soppressi; parte da un assoluto rammarico per le scelte sostenute dalla sinistra in materia di corsi di laurea triennali e materie semestrali (combattuti da alcuni in tutti i modi possibili!). La giusta preoccupazione di anticipare l'entrata dei giovani nel mercato del lavoro poteva non mortificare gli studi universitari, ma fermarsi alle scuole medie superiori adeguatamente riordinate. Al proposito, sarebbe utile censire il numero degli studenti che si fermano alla laurea triennale, per capire quanto la speranza di anticipare il tempo del lavoro sia stata velleitaria. Come sembra dicesse il noto Guerzoni, “ogni mamma italiana ha diritto ad un figlio laureato”; ma per laurea quella mamma non intende certo la triennale!
Se dopo i cinque anni di base si avesse un ciclo triennale con vari indirizzi specialistici, questi potrebbero tranquillamente aprire le porte al mondo del lavoro in una vasta serie di occupazioni di secondo livello, ma del tutto soddisfacenti, nei settori: giuridico, bibliotecario, museale, ospedaliero, della ricerca scientifica, ecc, ecc. D'altra parte, non è già così per i geometri e i ragionieri? Un successivo accesso all'università sarebbe più selettivo e molto facilitato dalle conoscenze acquisite; ridurrebbe quella necessità che oggi abbiamo di contrastare l'analfabetismo che pesa sui primi anni accademici.
Delineando un percorso formativo siffatto, forse riusciremmo anche ad eliminare l'idea devastante che un giovane e la sua famiglia possono prescindere da qualsiasi progetto di futuro, da ideali e responsabilità verso se stessi e la società, perchè tanto si può entrare in qualunque (o quasi) facoltà, cambiare idea in qualsiasi momento del percorso scolastico ed avanzare a tentoni, secondo la convenienza contingente, tra debiti e crediti e altre invenzioni che mal si conciliano con il penoso stato organizzativo (e fisico) della scuola e delle università italiane.

Massimo Bilò,
Roma, ottobre 2011

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