COSTRUIRE NON È QUESTIONE SOLO DI COSTRUTTORI E PROGETTISTI


Il 25 febbraio ACER e INARCH-Lazio s’interrogheranno sul regolamento dei Lavori Pubblici e sul cambiamento epocale che potrebbe derivarne. Un confronto preventivo sul blog http://www.inarch.it/blog può contribuire al successo dell’incontro.

Il Regolamento di cui circolano bozze non scardina la sostanza del Codice degli Appalti, figlio della cosiddetta Merloni, brutale introduzione di regole che fanno sì che, qui, qualità e velocità del costruire siano ancora molto distanti rispetto ad altre realtà europee. È del febbraio ’94 il “cambiamento epocale”. Nel bene, perché riconobbe il progettare come azione integrata elevandone la complessità e delineandone i principi; nel male, per troppi altri motivi: ha introdotto il RUP, ma ha evitato la regia unica del processo progettuale; ha generato la pretesa di concatenazioni conformi e progetti perfetti, necessari, ma in processi produttivi sostanzialmente diversi dall’edificare; ha reso conflittuali i rapporti fra soggetti chiamati a collaborare; ha irrigidito la separazione fra progettazione e costruzione.

Interazioni fra ruoli diversi sono preziose purché non intacchino quanto nel progetto è “opera d’ingegno” e contributo culturale. Saper trasformare è infatti tra le risorse sostanziali di una comunità; presuppone obiettivi integrati, risorse adeguate, valore del tempo, chiarezza di ruoli e vivacità di collaborazioni. La separazione fra progettazione e costruzione è come quella fra programma e progetto: certo é necessario corroderne le rigidezze, ma senza confusioni di ruoli fra chi domanda, chi progetta, chi autorizza, chi realizza e chi verifica.

Il Codice degli Appalti riduce ad aspetti mercantili opere pubbliche e processi di trasformazione urbana, si accontenta della qualità delle procedure; è incapace anche solo di definire la qualità dell’edificare, soprattutto in termini sociali e culturali. Nessun Regolamento potrà quindi sottrarlo alle sue carenze strutturali ed al sostanziale suo contraddire la risoluzione del Consiglio d’Europa che auspica “politiche esemplari nel settore della costruzione pubblica”. Il Codice degli Appalti contrappone interessi: non ha futuro perché al centro delle questioni ha posto mediazioni (quando non prevaricazioni) e non l’obiettivo della qualità diffusa degli ambienti di vita. Ne urge una rivoluzione.

Un’articolata campagna di pubblicità sociale può contribuire ad elevare la domanda di trasformazione. Di fronte a domande di progetto esigenti ed evolute, costruttori e progettisti non possono che essere sinceri alleati, e non da soli anche perché è soprattutto nei laboratori di ricerca dei produttori dei componenti che si sviluppa l’innovazione tecnologica. Fuori da ogni spinta corporativa quindi, tutti insieme perché nel nostro ordinamento nasca un Codice della Progettazione, semplice come impone la complessità delle azioni che deve regolare: dalla formulazione della domanda di progetto fino al collaudo dell’opera. Il Codice della Progettazione - strumento di una collettività cosciente di dover “crescere con arte” - non riguarda solo progettisti, industria e costruttori. Peraltro è la premessa per rivedere alle radici il Codice degli Appalti: speranza dell’improbabile, non utopia. Anche se lo fosse, comunque utopia sostenibile.

Prof. arch. Massimo Pica Ciamarra

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