Il Cigno Nero - Intervento di Massimo Pica Ciamarra

IL CIGNO NERO         

Fa parte di un ramo distinto della famiglia dei cigni, ma il "cigno nero" è diventato sinonimo di un evento improbabile (2) -secondo l'economista libanese-americano Nassim Taleb- imprevedibile e che spinge a giustificare a posteriori la sua comparsa perché diventi meno casuale di quanto non sia. In edilizia, nelle trasformazioni del territorio, la qualità oggi non solo è un "cigno nero", ma sembra anche un mistero: ambizione diffusa ed al tempo stesso astratta; risposta imprevedibile a un'esigenza sentita, ma di fatto inespressa.
La qualità deriva da intrecci meravigliosi: da anni se ne tenta una legge, dovunque incontri e convegni perché i progetti di architettura, le trasformazioni urbane, mettono in gioco il futuro. (3) Obiettivo è far si che questa qualità da evento improbabile si trasformi in condizione diffusa. (4) Mi pongo tre interrogativi:
-    la qualità dell'edilizia e delle trasformazioni urbane è un'esigenza primaria o è un optional ?
-    cosa è, come può definirsi questa qualità ?
-    è possibile definire gli indicatori di questa qualità o almeno una griglia di supporto alle valutazioni ?

1.    Il primo è solo in apparenza retorico. (5) Anche la Costituzione -lì dove in uno stesso articolo afferma che la Repubblica tutela il paesaggio ed il patrimonio storico e artistico della Nazione e promuove lo sviluppo della cultura- sembra porre la qualità delle trasformazioni fisiche ed ambientali su un piano analogo a quello di altri diritti/doveri dei cittadini, come l'accesso all'informazione, la sicurezza e via dicendo. Poiché questa qualità è fattore di benessere, di equità, di solidarietà -oltre che presupposto per lo sviluppo economico- bisogna convenire che è un'esigenza primaria, non è assolutamente un optional.
Ho detto "questa" qualità, perché "qualità" è una parola che designa cose anche molto diverse, ricca di ambiguità, implica riconoscimento collettivo e soddisfazione degli utenti. Che un'amministrazione, una scuola, una fabbrica o, in edilizia, uno studio di progettazione o una impresa di costruzioni abbia la "certificazione di qualità" significa che opera seguendo procedure prestabilite, specifiche ma nel rispetto di principi fissati da accordi internazionali. Sono quindi certificate le sue procedure, certo non suoi prodotti. Ancora ho detto "questa" qualità perché ad esempio è diverso parlare di qualità di un'Università -calibrare i parametri di valutazione della sua produttività, della didattica, della ricerca e dei suoi rapporti internazionali- o invece ragionare su come determinare condizioni (ex ante) perché un edificio (ex post) abbia qualità.

2.    Secondo interrogativo: cosa è, come può definirsi questa qualità? Con la filosofia sistematica (per la quale ogni parte si concatena al tutto, presuppone la precedente ed implica la successiva) per gli antichi greci la qualità era tutto: oggi solo definirla sembra inverosimile. La qualità dell'edilizia e delle trasformazioni urbane è indefinibile o, come in altri settori, anche questa qualità è "rispondenza a requisiti prestabiliti"? (6) Se è indefinibile non ha senso discuterne: comunque, pur se difficile da definire, va sottratta al mistero che la circonda. In "Complexity and Contradiction in Architecture"(1966) Robert Venturi distingue le opere di ingegneria -ad esempio un razzo per la luna, chiaro negli obiettivi e complesso nelle tecnologie- dalle opere di architettura che utilizzano tecnologie al paragone semplici e che -anche se si tratta di una sola casa- per loro stessa natura sono complesse e contraddittorie negli obiettivi. Anche per questo -nel tentativo di sottrarla al dilemma del suo essere soggettiva o oggettiva- (7) la qualità in edilizia e nelle trasformazioni urbane va disaggregata ed in almeno cinque aspetti diversi: qualità del programma di progetto, qualità di concezione, qualità tecnologica, qualità di realizzazione, qualità di gestione e d'uso.
    (8) Questi distinti aspetti hanno radice comune: presupposto della qualità edilizia e delle trasformazioni urbane è infatti la domanda, poi occorre la capacità di soddisfarla. Finché la domanda non si evolve, finché è primordiale, ogni anello della catena che porta al prodotto finito lavora per proprie ottimizzazioni, introduce semplificazioni secondo ottiche settoriali, mentre la qualità richiede integrazioni. È l'utente che alla fine muove il mercato: se non è esigente, se non sa domandare, la macchina degli esperti lo stritola, i semplificatori terribili lo convincono, il prodotto non ha qualità perché i requisiti cui doveva rispondere erano generici, insoddisfacenti, magari ridotti a sole esigenze funzionali non importa se primordiali o sofisticate. La stessa diretta risposta a domande funzionali non è garanzia di qualità perché il mutare delle esigenze è una costante, sempre più accelerata: le ragioni di un progetto vanno cercate altrove.
(9) Alcuni requisiti sono fissati da norme, sono standard progressivamente in evoluzione; sono "patti sociali". Riguardano sicurezza, stabilità degli edifici, consumo di energia, inerzia delle pareti, illuminazione naturale, ventilazione, acustica, protezione dalle scariche atmosferiche, assenza delle cosiddette "barriere" e così via. Per i requisiti di questo tipo -misurabili- il sistema normativo si esprime attraverso fattori numerici, peraltro settoriali ed a volte inconsapevoli dei danni che a volte possono produrre. Oggi sembra che tutto sia da ricondurre a questioni misurabili, che si possa rinunciare a pensare, mentre prima di sprofondare nell'estremismo scientifico si era soliti pensare, non solo calcolare. Comunque quanto risponde a esigenze funzionali od è fissato da norme è pre-requisito. Non vale invocarlo, nemmeno il Papa all'Aquila può limitarsi a dire "mi raccomando, costruite case solide": ci saremmo aspettate raccomandazioni a costruire dando senso sociale, a formare paesaggi sensibili, a migliorare la condizione umana o espressioni simili.
(10) Nel gennaio 2000 -in quei giorni era in corso un Congresso INARCH- Londra era invasa dalle polemiche sul "Dome" mentre da noi mancava un moto popolare di sdegno per il fatto che (11) la "porta d'ingresso" del paese -già attiva da un anno, il più brutto aeroporto d'Europa- oscurasse le capacità del sistema Italia mostrando al mondo come le nostre regole avallino mancanza di creatività e analfabetismi tecnologici. Dopo 9 anni e mezzo, giorni fa leggo su "Repubblica" che un sondaggio giudica negativamente l'aeroporto di Malpensa. Buon segno, gli utenti si svegliano.
(12) Al di là di quanto espresso dalla domanda, la qualità di un progetto è anche nella risposta ad ambizioni inespresse, quindi nella capacità di chi progetta di comprendere i contesti, intuire opportunità, introdurre imprevisti. Normalmente chi domanda esprime esigenze, punta a soddisfare i propri bisogni (al massimo chiede flessibilità, trascende esigenze immediate) e ad utilizzare al meglio le risorse disponibili, (13) Quando è un singolo, quando non esprime una domanda collettiva -spesso però anche in questi casi- chi domanda non punta anche alla "superindividualità" del prodotto, che è tutta in aspetti non misurabili ed è requisito primo della qualità.
Nella visione tradizionale il progetto deriva da interazioni fra tre figure: committente / progettista / realizzatore. È però fortemente condizionato anche da normative, intrecci burocratici, cultura di contesto. Sembra un paradosso, ma la qualità del progetto non è invece condizionata dalle risorse a disposizione, sempre che queste consentano di rispondere con opportuno margine ai requisiti prima indicati come misurabili. (14) Infatti i requisiti misurabili costano, mentre i requisiti "non misurabili" sostanzialmente non costano: richiedono procedure appropriate e soprattutto cultura, sia in chi domanda che in chi risponde. I requisiti "non misurabili" si concentrano nella domanda e quindi nel programma di progetto, poi nella sua fase di concezione, si concentrano cioè nei primi due aspetti della qualità di un progetto: (15) per questo la procedura basilare per la qualità dell'edilizia e delle trasformazioni urbane è quella del confronto fra alternative o dei concorsi di progettazione che proprio per questo non debbono mai avere a base progetti preliminari vincolanti.
Le regole non garantiscono buone architetture, ma possono renderle probabili, meno probabili od improbabili; né hanno senso architetture "di qualità" in contesti urbani e territoriali che si evolvono in termini impropri generando artificiose mobilità, erodendo il suolo, dissipando energia, inquinando. Per questo è necessario saldare visione strategica, piani e progetti. Il nostro apparato normativo ostacola l'obiettivo della qualità -costantemente affermato mentre le regole continuano a svilupparsi in risposta altri interessi- e presenta anche falle paurose. (16) Un esempio per tutti, la cosiddetta superDIA introdotta nel 2001. A valle di "permessi a costruire" o "conferenze dei servizi" che abbiano esaminato ed approvato "un cigno nero" -un progetto convincente- la superDIA consente di banalizzare ogni cosa; è paradigmatica di una collettività che rinuncia al controllo: l'OK iniziale può trasformarsi in KO di un intervento, specie dei suoi linguaggi espressivi.  
(17) Tendere alla qualità diffusa non significa pretendere che ogni singola costruzione sia bella. Deve non inquinare, essere energeticamente consapevole, durevole e così via, ma soprattutto è sufficiente che abbia senso e sia partecipe dell'insieme. Nodo fondamentale, la sua qualità sociale e politica: da qui l'esigenza di trasformazioni urbane frugali, espressioni di stili di vita sobri. La capacità di un intervento di entrare a far parte dell'ambiente, dei paesaggi naturali o artificiali, nella sequenze di stratificazioni che qualificano i territori, il suo essere parte prima che individuo è il primo passo alla ricerca della qualità diffusa. In altre parole, ogni intervento non deve mai esaurirsi in se stesso: deve apportare valore all'insieme, deve esprimere soprattutto superindividualità: questione sostanziale specie quando si ha a che fare con interventi di ampia scala con sempre più frequenti implicazioni che un'ottica settoriale definisce urbanistiche.

 3.    (18)  Il terzo interrogativo è ancora più complesso: al di là degli aspetti misurabili e progressività prestazionali, sono possibili assunti condivisi, codici o decaloghi che riguardino gli aspetti "non misurabili" della qualità edilizia e delle trasformazioni urbane? Si possono individuare alcuni indicatori, magari attraverso analisi di esempi positivi? si può immaginare una griglia di supporto alle valutazioni?
Ogni codice è pericoloso, ma alcuni assunti sono basilari. Certo non è pensabile controllare linguaggi espressivi che peraltro -lo evidenziavo prima- l'attuale sistema normativo non protegge. Nel nostro tempo, nel nostro contesto, nella nostra cultura, ormai però è impossibile negare che una trasformazione non abbia come prioritari i temi ambientali e quelli paesaggistici e che non debba porsi all'interno delle sequenze di stratificazioni che caratterizzano qualsiasi contesto. (19) Questo significa che la "sostenibilità" -in ogni senso ed in ogni sua sfumatura- è ormai assunto comune e che è innegabile l'esigenza di perseguire "superindividualità" in qualsiasi intervento. Il diritto a costruire non coincide con il diritto a soddisfare esigenze settoriali: nessun intervento è ammissibile se non apporta un dono all'insieme del quale entrerà a far parte. Quindi innovazioni, ma dialoghi con il contesto; attenzione ai principi strutturanti di ogni trasformazione, attenzione all'"armatura della forma" più che ai "linguaggi espressivi"; integrazioni, rifiuto di ogni ottica settoriale, visioni dinamiche ed interattive.
(20) Vale la certezza normativa, indici espressi in mq.n.u./mq. perché non siano espulse funzioni né siano sollecitati progetti come tentativi di interpretare normative o progettisti scelti perché abili in azioni di lobby. Valgono forme di elaborazione e comunicazione chiare, discussione pubblica per i progetti di maggior rilievo quando è opportuna la valutazione della collettività che dovrà accogliere una trasformazione. La qualità diffusa più che azioni "ex post" -premi, riconoscimenti o quant'altro- pretende azioni "ex ante" ed "in itinere", richiede premesse normative (per via di togliere, più che per aggiunte) e forme di accompagnamento nella fase d'impostazione, più che forme di controllo. Non sono sufficienti riconoscimenti ex post alle opere di qualità, anche se si dovrebbe pensare ad incentivi per le opere che ottengono riconoscimenti ad esempio dalla PARC o dall' INARCH.

(21) Dal gennaio 2001 una risoluzione europea spinge gli Stati a "promuovere la qualità architettonica attraverso politiche esemplari nel settore della costruzione pubblica". Gran parte dei nostri ospedali, delle scuole, degli spazi di formazione recente però a dir poco preoccupa. Nel nostro sistema perfino il principio di concorrenza introdotto a Maastricht alimenta equivoci: addirittura confonde gare e concorsi, cioè confronti numerici e giudizio critico. Inoltre spesso le verifiche ex ante (la validazione del progetto) ed ex post (i collaudi) si riducono ad azioni burocratiche. La qualità diffusa poi non può limitarsi alle opere pubbliche, solo 1/5 della spesa totale.
(22) In Italia abbiamo molte "autorità garanti": della concorrenza e del mercato, per la protezione dei dati personali, per l'energia elettrica ed il gas, per la vigilanza sulle assicurazioni e sullo sciopero nei servizi essenziali. All'Autorità di Vigilanza sui Lavori Pubblici potrebbe affiancarsene una sui lavori privati, con articolazioni regionali e locali. Soprattutto alla cultura del rispetto delle regole (basata sulle norme) dovrebbe affiancarsi una cultura etica (basata invece su giudizi). Certo il "non misurabile" ammette diversità di opinioni. Per valutare la qualità ex post vanno benissimo commissioni e premi, ma la questione prioritaria è come determinare condizioni favorevoli a che esista e come valutarla ex ante. Per questo -al di là di sostanziali mutazioni normative- sono utili principi condivisi, meglio pochi; forme chiare di comunicazione e conoscenza, pre-visioni oggi supportate da tecnologie di simulazione evolute; in ultimo, ma non ultima, autorevolezza di chi giudica. In questo modo soggettività ed oggettività possono avvicinarsi, ed al limite coincidere?
Comunque, dove la qualità è esigenza primaria, la sua assenza trova sanzione nel mercato. Per questo ne è principale garanzia una domanda colta ed evoluta.
(23) Leggo da Wikipedia: "un tempo sconosciuto, il Cigno nero -originario dell'Australia, perseguitato dagli aborigeni che lo ritenevano alleato del diavolo- oggi nidifica in consistenti colonie; per la sua eleganza è stato introdotto in parchi, laghetti e corsi d'acqua  in Europa e Nuova Zelanda. In Italia è occasionale". (24)
       

Massimo Pica Ciamarra
intervento al Convegno ANIAI-INARCH    "La qualità dell'edilizia nelle trasformazioni urbane", Istituto Italiano per gli Studi Filosofici - Napoli 19.06.09

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