UN NUOVO PATTO CON IL TERRITORIO
0 - A seguito degli eventi calamitosi de L'Aquila, il tema della qualità architettonica ha assunto nuove connotazioni che rendono insignificante, sin dal titolo, qualunque "Legge per l'architettura".
Nella scorsa legislatura, attraverso l'opera di alcuni soci, l'Inarch ha contribuito alla stesura di un progetto di "Legge quadro in materia di valorizzazione della qualità architettonica e disciplina della progettazione, recante una delega al Governo per la modifica del codice dei contratti pubblici" (d.d.l. Zanda).
Questo d.d.l. mi pare ormai il giusto riferimento per ogni nostra successiva azione propositiva, tenuto conto che esso si discosta notevolmente dalla sfibrata sequenza di "Leggi per l'architettura" che, per la loro stessa collocazione ministeriale, non possono non risultare, come accade oggi al d.d.l. Bondi, documenti limitati e poco incidenti sulla complessità dei fattori che ostacolano l'invocata qualità.
In generale, ritengo che incardinare la Legge per l'architettura nel Ministero BB.CC. sia stato un errore grave e ripetuto, perché colà prevale quella cultura storico/letteraria che è proiettata verso l'oggetto artistico (cioè verso un'eccellenza convalidata dal tempo e dalla critica d'arte) mentre a noi interessa una produzione diffusa di qualità, cioè una diffusa produzione di oggetti a valenza estetica, non necessariamente artistica.
Il d.d.l. Zanda ha un respiro ampio perché il suo ambito di applicazione riguarda tutti i progetti di trasformazione del territorio, inteso nell'accezione più ampia possibile; ed inoltre, perché non si applica alle opere ma ai processi della loro realizzazione, che oggi rappresentano i veri ostacoli alla qualità dell'architettura, a partire dal Codice degli appalti.
Se la prospettiva che si vuole assumere ora è quella dei processi programmatori e realizzativi, anziché dei loro esiti, il d.d.l. Zanda può essere agevolmente integrato con norme specifiche che riguardino aspetti sinora poco considerati o trascurati, come la prevenzione dei rischi, qualunque sia la loro natura.
Riflettere sulla vicenda aquilana con questa finalità mi sembra un esercizio tanto utile quanto doveroso perché sposta la riflessione verso una dimensione etica, riassunta in una serie di principi generali che potranno essere desunti da fatti concreti e successivamente articolati in atti normativi specifici.
1 - Mi sembra che la vicenda aquilana, come le tante che l'hanno preceduta (e delle quali l'Amministrazione non conserva memoria alcuna), si collochi perfettamente nella storia materiale dei territori italiani.
Trasformazioni produttive, interessi economici e politici, pressioni lobbistiche, migrazioni interne ed esterne, congestione e globalizzazione, ecc. hanno indotto nel tempo profonde modificazioni in quelle antiche consuetudini d'uso del territorio che erano capaci di interpretare i caratteri fisici e culturali dei siti e altrettanto capaci di indurre comportamenti responsabili, compatibili con la speciale natura che distingueva il "Bel Paese".
Una natura multiforme, forte e delicata ad un tempo, accogliente e minacciosa, capace di nascondere con commoventi scenari la pericolosità di possenti ed imprevedibili forze nascoste nel sottosuolo.
L'opera dell'uomo, nel secolo trascorso, ha aggravato le congenite situazioni di pericolo con abbandoni delle aree agricole, diffuse deforestazioni, modificazioni dei profili costieri, imbrigliamenti dei corsi d'acqua, attività edilizie inappropriate e diffuse, tagli infrastrutturali violenti, ecc.
Le modifiche climatiche aggravano le conseguenze negative dell'opera umana.
2 - Ritengo che non si possa rinviare una riflessione ed un intervento su questo stato di fatto che viene alla luce in occasione di eventi catastrofici, ma subito si dissolve sotto i colpi di nuove emergenze.
Mi sembra dunque necessario, in Italia, stipulare un nuovo patto con il territorio che oggi appare come un corpo malato, da curare e rispettare.
Per questo fine è opportuno acquisire una visione olistica dei problemi, tale che ogni scelta, qualunque sia il settore d'appartenenza, non sia incompatibile o contraria alle altre.
3 - Per quanto riguarda l'Inarch, viste le competenze statutarie e la natura dei suoi soci, penso che il patto da stipulare con il territorio richiami necessariamente una serie di principi che nell'ultimo secolo si sono andati appannando per molte e concomitanti circostanze. Si tratta del:
- principio di responsabilità
- principio di competenza
- principio di merito
- principio di efficienza ed efficacia (cioè di buona qualità) del prodotto
- principio di promozione dello sviluppo (formazione, ricerca, sperimentazione)
- principio di necessità della sequenza azione-controllo
- principio di preminenza dell'interesse pubblico
- principio di contrasto al conflitto d'interesse
- principio di tutela della creatività
- ecc.
4 - La perdita di centralità di questi principi è un fenomeno ben noto da tempo, ma vissuto nella quotidianità con disinteresse o fatalismo, sino a quando un evento drammatico come il recente terremoto non lo porta alla ribalta per un breve periodo.
Da qualche tempo penso che l'Inarch non debba limitarsi a proporre iniziative legislative, quadri normativi e cose del genere che, abbiamo visto nel passato, aumentano gli intralci operativi e non garantiscono affatto sul merito; penso invece che l'Inarch debba soprattutto riportare all'attenzione alcuni valori (espressi sotto forma di principi del tipo elencato) denunciando puntualmente e sui fatti le conseguenze nefaste della loro perdita di centralità.
Azioni di denuncia concreta, sui singoli eventi, dunque, ma sempre prospettate in riferimento ad uno o più principi morali.
5 - Entro più nel merito con qualche piccolo esempio.
A - Fattori di crisi del principio di responsabilità
A.1 - Le varie leggi sugli appalti pubblici, emanate con finalità moralizzatrici, peraltro mai conseguite hanno prodotto la frammentazione dei protagonismi nel processo progettuale (che intendo esteso all'intero arco che va dall'ideazione alla realizzazione) e, parimenti, nel processo realizzativo. L'antica consuetudine di collaborazione tra gli attori del processo si trasforma in uno scaricabarile che viene aggravato dalla complessità raggiunta dal progetto e dalle pratiche realizzative
A,2 - Il declino dell'impresa generale con tutte le distorsioni del subappalto e del lavoro precario e nero
A.3 - . La pratica diffusa di "agire senza sapere"
Mi riferisco alla possibilità di ottenere licenza di attività, senza preventiva dimostrazione di capacità (come esempio, la possibilità di chiunque di avviare un'attività di imprenditore edilizio senza vaglio alcuno e senza verifica in sede associativa);
B - Fattori di crisi del principio di competenza
B.1 - L'equiparazione dell'opera intellettuale all'opera materiale effettuata dalla Merloni allorché intende il al progetto come prestazione di servizio.
B.2 - l'equiparazione di specializzazioni tecniche e culturali anche molto diverse
Mi riferisco alla confusione dei ruoli svolti dalle varie figure professionali indipendentemente dal tipo di formazione e dal titolo conseguito (architetti junior e senior; ingegneri edili o civili o diversi; geometri; periti, ecc.: tutti concorrono, con diverse ma fungibili competenze, alla trasformazione del territorio).
B.3 - La norma che disincentiva le attività per la preparazione di efficaci "programmi di progetto" da parte dei dipendenti pubblici (incentivandone le azioni progettuali al di fuori di ogni confronto tra soluzioni, come avviene nei concorsi)
B.4 - Per quanto riguarda la comparsa di architetti da "riporto" (!), che trascurano le competenze professionali specifiche per inventarsi ruoli impropri, rimando allo scritto di Claudio De Albertis
C - Fattori di crisi del principio di necessità della sequenza azione-controllo (preventivo, in itinere e consuntivo)
C.1 - .Il disinteresse per le modalità di sviluppo del processo e di confezione del prodotto che ha portato alla perdita di valore del collaudo tecnico in corso d'opera a vantaggio del collaudo finale di tipo amministrativo e (per lungo tempo) all'irrazionale composizione delle commissioni.
C.2 - La rassegnazione opportunistica (e fatalistica) verso le situazioni di emergenza e straordinarietà. Tale rassegnazione incrementa gli effetti disastrosi degli eventi naturali.
C.3 - La consuetudine di rinviare ogni contenzioso sui comportamenti degli operatori alle sedi giudiziarie.
D - Fattori di crisi del principio di preminenza dell'interesse pubblico.
D.1 - L'assenza, l'incompletezza o la poca lungimiranza degli strumenti urbanistici congiunte con la mancanza di un monitoraggio continuo del relativo territorio; esse aprono spazi alle molteplici forme dell'abusivismo (nell'edilizia, nelle discariche, nelle cave, ecc).
D.2 - (collegato al punto C) La mancanza di efficaci strumenti sanzionatori (immediata ed automatica perdita del bene) accompagnata dai ripetuti condoni che sanano le pratiche abusive
E - Fattori di crisi del principio di merito
E.1 - La scarsità di concorsi di idee e progettazione per l'affidamento di incarichi, l'eccessivo peso dato ai requisiti economici e aziendali per l'ammissione al concorso, la pratica di premiare surrettiziamente il curriculum del concorrente anziché il progetto che presenta, il lobbismo delle commissioni
E.2 - L'infimo numero di concorsi che giunge a buon fine per quanto riguarda l'emissione del giudizio o il pagamento dei premi o la realizzazione dell'opera affidata al vincitore
E.3 - La mancanza totale di tutela del diritto d'autore
E.5 - Da lungo tempo, i finanziamenti agli atenei che sono misurati sul rapporto tra iscritti e laureati, incentivando la promozione di massa.
F - Fattori di crisi del principio di contrasto al conflitto d'interessi
F.1 - Il continuo tentativo di attribuire all'impresa realizzatrice compiti di progettazione parziale o totale dell'opera
F.2 - molte soluzioni "in house" adottate dalle pubbliche amministrazioni
G - - Fattori di crisi del principio di promozione dello sviluppo (formazione, ricerca, sperimentazione)
G.1 - Si viene riproponendo la necessità di incentivare la produzione di alloggi "low cost". Ma non si ha nessuna conoscenza aggiornata della domanda. La promozione dello sviluppo vorrebbe che, come accadde per il Piano decennale casa, fossero dedicate risorse adeguate alla ricerca e alla sperimentazione tecnologica e tipologica, ignorate da tempo.
Per quanto concerne l'assenza di una ricerca mirata sulla qualità delle abitazioni in relazione alla domanda e ai modi di produzione, nonché sulle sue conseguenze, rimando allo scritto di Claudio de Albertis
G.2 - I finanziamenti agli atenei, che per lungo tempo hanno riservato alla ricerca cifre del tutto insignificanti e distribuite a pioggia.
H - Fattori di crisi del principio di efficienza ed efficacia (cioè di buona qualità) del prodotto
H.1 - L'insufficienza dei tempi assegnati alle attività progettuali all'interno dell'intero processo,
H.2 - Idem per quanto riguarda il tempo intercorrente tra il primo progetto e la realizzazione dell'opera
Eccetera eccetera
Sono convinto che, per larga parte, il decadimento della qualità architettonica e del territorio italiano derivi da fenomeni distorsivi simili a quelli appena elencati.
Massimo Bilò 04/05/09