Nella sua visita nell'Abruzzo terremotato anche il Papa chiede di costruire case solide. Questione del tutto insufficiente, pur se essenziale. Né basta che siano anche belle: occorre soprattutto che contribuiscano a formare spazi espressivi di un'armonia di forze politiche, economiche, sociali, culturali e simboliche.
Non solo l'edilizia privata, molto l'edilizia pubblica, negli ultimi cinquant'anni hanno eroso ampie parti dei nostri territori contribuendo a formare "non-città" e ponendo premesse per drammi sociali, emarginazione, povertà di relazioni vitali. Spazi di vita impropri producono inoltre costi sociali elevati ed intollerabili.
Soprattutto nei nostri contesti ? al di là di risorse adeguate alle trasformazioni urbane e territoriali ? occorre elevare la qualità, non limitarla a soli parametri numerici, cercarne definizioni evolute. Sul tema vanno evitati equivoci: la qualità degli interventi è in aspetti misurabili (sicurezza, bilanci energetici, prestazioni dei singoli materiali o dell'insieme, ecc.) ma è insita in quelli non misurabili (domanda di progetto, qualità di concezione in termini di appartenenza al paesaggio, all'ambiente, di relazioni con i contesti, ecc.).
Gli aspetti misurabili richiedono capacità di soddisfarli con le risorse disponibili. Gli aspetti non misurabili della qualità degli interventi ? sono aspetti sostanziali ? presuppongono regole e procedure diverse da quelle attualmente in vigore. Non si possono più tollerare ostacoli dovuti ad ignoranza, a norme inadeguate, a brutali contrasti di interessi.
Fondato nel 1959, l'IN/ARCH è nato per contribuire all'interazione committenti/progettisti/imprese, per spingerla verso visioni coraggiose. In altre parole, per portare a concretezza utopie, per contribuire a trasformare mentalità e rendere chi governa consapevole che queste questioni vanno affrancate da interessi di parte. In questo anno, quello del suo cinquantenario, l'IN/ARCH deve rilanciare con forza la sua missione.

Di Massimo Pica Ciamarra


Il terremoto in Abruzzo e la tragedia che si sta vivendo riaprono polemiche sulla consistenza del patrimonio edilizio italiano, sulla fragilità di quanto stratificato nei secoli, sugli incomprensibili crolli che hanno coinvolto edifici recenti e anche edifici pubblici di rilievo strategico. Si è a caccia di responsabilità individuali, mancata prevenzione, non rispetto di norme, insufficienti controlli, leggerezze, ruberie. Ogni caso specifico ha una sua storia, responsabilità e fatalità in intrecci che spetta ad altri dipanare. Si è aperto anche un confronto sul futuro per quelle aree devastate, come essere veloci e come conservare l'identità della popolazione e dei suoi luoghi: questioni urgenti, concrete, specifiche.
   Aleggiano anche questioni generali: tutto ruota intorno all'idea di progetto, a norme e procedure che regolano le trasformazioni fisiche degli ambienti di vita e quanto su questo incide: dai processi formativi di chi progetta, alle effettive integrazioni interdisciplinari; dall'adeguatezza delle risorse, alla velocità complessiva dei processi attuativi. Sono crollati edifici che si rivelano completati in trent'anni, con sovrapposizioni di progettisti, di direzioni lavori, di imprese esecutrici. Escono in piena evidenza cose note: sovrapposizioni normative, disattenzioni, superficialità, carenza etica. 
   Progettare/costruire/trasformare richiede competenze e conoscenze: risposte culturalmente e tecnicamente attente a domande intelligenti, oltre che a regole chiare ed evolute. A chi governa, richiede soprattutto vera capacità di visione. Evitare le tragedie che si susseguono presuppone una sostanziale revisione normativa che ponga al centro la qualità del progetto. Quindi che si distacchi dalla cosiddetta Merloni e suoi derivati; che cancelli le degenerazioni indotte dalla Bassanini che incentiva non programmazioni, verifiche e controlli, ma progetti spesso banalizzati; che elimini concorrenze feroci su tempi e costi accentuate dalla Bersani; che non si lasci illudere dal DdL Bondi e spazzi via equivoci e luoghi comuni; che introduca il "progettista unico" per tutte le fasi di progetto e direzione dell'esecuzione dell'opera; che rifugga dai "semplificatori terribili"; che definisca la qualità degli interventi negli aspetti misurabili (sicurezza, energia, emissioni zero, ecc.) purché forti di quelli non misurabili (appartenenza al paesaggio, all'ambiente, qualità delle relazioni con i contesti, ecc.); che garantisca precisi ma giusti tempi di elaborazione di progetto e di attuazione delle opere. Vi è un apparato da svecchiare e una fiducia da rigenerare: oggi intorno alla stessa idea di progetto e di qualità vi è enorme confusione, vi sono equivoci di significato, ignoranza delle conseguenze di regole e procedure. E' invece proprio nella qualità dei suoi progetti che ogni società esprime il suo desiderio di futuro, la sua capacità di gestirne i processi, di determinare l'evolversi e il miglioramento delle sue condizioni di vita. 
   Un articolato e sintetico ragionamento su questi temi è stato riavviato a febbraio con l'incontro IN/ARCH "All'architettura italiana serve una legge?"

Di Massimo Pica Ciamarra



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