La lettera di Michele Brunello, scritta per conto di studio Stefano Boeri Architetti e  pubblicata sullo scorso numero della presS/Tletter, evidenzia ancora una volta come, al di là di comportamenti personali o di vicende giudiziaria, il nodo del problema sia nell’assoluta “ipocrisia” della normativa italiana in materia di progettazione di opere pubbliche.

Se non capiamo che la vera emergenza di questo paese è quella di una nuova “infrastruttura delle regole” e di una radicale riforma dell’attuale assetto normativo, continueremo ad assistere a prassi poco edificanti.

La prima considerazione e’ di carattere generale: esponenti del “potere legislativo” ci hanno spiegato in questi giorni che le leggi che governano gli appalti di opere pubbliche in Italia rendono impossibile la loro  realizzazione in tempi brevi e certi.
Ma chi diavolo lo ha approvato il vigente codice degli appalti nel 2006? Chi le ha scritte quelle norme sbagliate?
Siamo al paradosso; gli stessi che hanno voluto regole assurde oggi gridano allo scandalo e riconoscono l’ineluttabilità  delle deroghe.

Ma entriamo nel merito della vicenda G8.
Emerge dalle parole di Brunello la prima grande farsa: in Italia si affidano incarichi diretti sotto le mentite spoglie della “consulenza”.
A Studio Boeri è stata affidata una consulenza per l’assetto urbanistico, una consulenza per il progetto preliminare e via dicendo.

Ma non sarebbe stato meglio se Soru e Bertolaso si fossero assunti consapevolmente la responsabilita’ di scegliere per via fiduciaria un progettista e di affidargli l’incarico senza ricorrere a ipocrisie formali?

L’importante, nel nostro paese e’ che il progetto preliminare, cioè  il momento decisivo della concezione dell’opera, sia sempre firmato dai tecnici della pubblica amministrazione. Così la forma e’ salva. Ma chi, di fatto, ha realmente redatto il progetto compare come semplice consulente.

Sia chiaro: non attribuisco colpe a chi “accetta” la fromula della consulenza.
Ma attribuisco responsabilità pesanti alle norme che impongono tali prassi ipocrite.

Scrive poi Michele Brunello: “ad agosto siamo stati nominati dalle imprese vincitrici progettisti per il progetto definitivo ed esecutivo dei lotti per i quali avevamo fatto la consulenza del preliminare”

Normalmente, grazie alla genialità del nostro legislatore, chi, ad esempio, vince un concorso di progettazione non può partecipare con un’impresa all’appalto integrato per redigere il definitivo e l’esecutivo del suo progetto preliminare.
Secondo il Codice tutti possono approfondire l’elaborazione di un preliminare tranne chi quel preliminare lo ha fatto.
Chi ha seguito la vicenda del Palazzo del Cinema di Venezia sa di cosa parlo.
Ma per La Maddalena questa aberrazione e’ stata facilmente scavalcata. Studio Boeri non aveva firmato il preliminare: aveva solo fatto una consulenza! Solo con questo escamotage gli e’ stato possibile proseguire con le altre fasi.
Naturalmente non si poteva esagerare. Guai ad affidare allo stesso progettista la direzione lavori o la direzione artistica. Rischieremmo di stabilire regole da paese normale.

In definitiva lo scenario che ogni giorno di più emerge dalla vicenda del G8 è desolante e rivela ancora una volta come il Codice degli Appalti sia una vera schifezza.

Una sola ultima notazione ai Boeri, ai 5+1, ai Cucinella ecc.
Ci piacerebbe molto, compatibilmente con i loro numerosi impegni accademici e professionali,  una partecipazione molto più attiva  - ed in tempi non sospetti  - alla faticosa battaglia che qualcuno conduce ogni giorno nel tentativo di cambiare le regole della progettazione nel nostro paese.

Francesco Orofino



BRAVO ALEMANNO!
Come Sindaco di Roma, mi appello al Capo dello Stato e ai magistrati che devono decidere sugli esiti di questa vicenda, dalla ricostruzione dei fatti emerge chiaramente che l'esclusione della Lista (...) deriva dalla sovrapposizione di forzature comportamentali e di rigorismi burocratici. Ma tutto questo, in ogni caso, non può far venir meno il diritto democratico degli elettori romani di esprimersi (…)”.
Nel caso specifico le regole vanno rispettate e il Capo dello Stato non c’entra, ma d’accordo: i rigorismi burocratici non devono soffocare il diritto ad esprimersi.
Il Ministro per la Semplificazione Normativa deve quindi abolire subito procedure improprie. Ad esempio, nelle gare e nei concorsi di progettazione vanno evitate esclusioni per rigorismi burocratici, riportando la verifica dei requisiti solo prima di formalizzare un incarico. È nella terza delle “condizioni per il buon esito dei concorsi” alle quali accenno nell’ultimo numero de “Il Giornale dell’Architettura”  (…)  
  1. Domanda ben posta
    Concorsi banditi solo se c’è un buon programma di progetto (occorrono programmatori, figure però quasi sconosciute in Italia) e se c’è certezza di risorse adeguate. Servono per esaminare alternative: buone risposte presuppongono idonee basi informative, chiare indicazioni su obiettivi perseguiti e prestazioni da soddisfare; effettivi spazi di libertà.
  2. No all’anonimato (qui occorre agire a livello europeo).
    Confronti fra candidati e giurie formate da pochi veri esperti e rappresentanze degli utenti; mostre prima, mostre/dibattiti dopo (perché chi giudica sia a sua volta giudicato). Inoltre la velocità di realizzazione non è solo efficienza: rende tutti interessati a un giudizio attento. Efficace una banca-dati internet con blog fra persone identificate: il monitoraggio di tutti i concorsi (nomi di candidati e giudici, cronogrammi, immagini, esiti).
  3. No a progettisti mecenati
    Semplici candidature (i preventivi adempimenti burocratici generano ricorsi) che motivino in grande sintesi eventuali aggregazioni e la volontà di partecipare al confronto; poi concorsi in un solo grado, retribuiti, ristretti fra soggetti disomogenei (per ampiezza di esperienze, competenza specifica, conoscenza dei contesti, età, ecc.), cioè mixing stimolanti e inevitabili rotazioni. (…)

Massimo Pica Ciamarra


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