Perché il cemento ha un'accezione necessariamente negativa?
Francesco Orofino 31/03/2009


Perché nei vocabolari si stabilisce l'equivalenza tra cementificazione e "costruzione massiccia e indiscriminata di edifici, senza riguardo per il paesaggio e per l'equilibrio ambientale" .
Che colpa hanno il povero Joseph Monnier o William Wilkinson degli scempi perpetuati nel territorio?
Con il cemento si sono realizzati alcuni capolavori universali dell'architettura così come con l'acciaio, il legno, la pietra, il laterizio si sono costruite oscenità deturpanti.

Aboliamo questa figura retorica: che sia essa una metonimia, che confonde la causa con l'effetto, il contenente per il contenuto, il simbolo per la cosa simbolizzata, o una sineddoche  che usa la parte per il tutto, il genere per la specie.

Il diavolo non è nel materiale.


Considerazioni sul piano casa e dintorni
Francesco Orofino   10/03/2009

"La proposta di liberalizzazione dell'edilizia annunciata dal presidente Berlusconi rischierebbe di compromettere in maniera definitiva il territorio."
Questa la tesi sostenuta da tre importanti architetti italiani, Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas e Vittorio Gregotti in un appello pubblicato in prima pagina dal quotidiano La Repubblica.

Questa affermazione ha suscitato in me una prima istintiva domanda: ma fino ad oggi l'edilizia non liberalizzata ha preservato e valorizzato il territorio? L'elefantiaco apparato di norme, vincoli, procedure, piani ha consentito uno sviluppo equilibrato e qualitativamente alto del costruito in Italia? Ha impedito l'abusivismo e il degrado?

Le pseudo-proposte del Piano Casa annunciate dal Governo hanno dato il via, come spesso succede, ai massimalismi più spinti: si tratta di un piano straordinario che salverà il paese dalla crisi economica e renderà tutte le famiglie più felici con un bagno in più ed una cameretta nuova; oppure: siamo di fronte all'annuncio di una catastrofe epocale ed all'arrivo di una massiccia cementificazione (parola che proporrei di eliminare dal vocabolario perché il diavolo non è in un materiale da costruzione!) della nostra bella Italia.

Poiché non ho la fortuna di maturare certezze in poche ore, provo a esporre in modo molto più dubitativo alcune considerazioni.

  1. Prima di tutto non si capisce bene di cosa stiamo parlando. Annunciare semplicemente che saranno possibili aumenti di cubatura (siamo l'ultimo paese europeo che ragiona ancora in termini di unità di volume e non di superficie) dell'esistente del 20 o del 30% può voler dire tutto e niente.
    Sembra però evidente che tutto ciò non ha nulla a che fare con il piano casa  il  cui scopo prioritario non può essere quello di rilanciare una settore dell'economia (questa, casomai, può essere una conseguenza) ma è quello di offrire risposte all'emergenza abitativa che, per chi non lo sapesse, in Italia esiste ed è grave.
    Centinaia di migliaia sono le domande inevase di edilizia sociale pubblica la cui produzione in Italia è andata progressivamente calando negli anni.
    Anche la percentuale altissima di proprietari di case che si registra nel nostro Paese è da valutare come un elemento patologico più che come una grande risorsa perché ha reso il mercato dell'affitto un mercato di nicchia con tutte le conseguenze del caso. Il limitatissimo numero di case per l'affitto rende difficile la mobilità dei lavoratori, l'indipendenza dei giovani e delle giovani coppie, l'integrazione degli immigrati ecc. ecc. Non credo che sia un processo virtuoso il fatto che in Italia l'unica risposta al problema casa sia l'acquisto con relativo mutuo.
    Il paradosso a cui abbiamo assistito in questi anni è stato che mentre cresceva il boom edilizio (fino al 2007) contemporaneamente cresceva l'emergenza abitativa.
    Dunque se si parla di piano casa si deve parlare di edilizia sociale (o di social housing per essere a la page), di ampliamento del mercato dell'affitto, di edilizia pubblica e si deve parlare di risorse economiche destinate a tutto ciò. Difficile sostenere, a mio parere, che l'ampliamento di una villa abbia a che fare con l'emergenza abitativa.

  2. Sembra poi di capire che il provvedimento del governo punti ad una semplificazione e velocizzazione delle procedure urbanistico-edilizie. Evviva!
    Non abbiamo sempre sostenuto che in Italia i progetti nascono vecchi perché i tempi della burocrazia sono elefantiaci, perché è assurdo dover aspettare una media di tre anni per ottenere tutti i permessi e le autorizzazioni per realizzare un intervento edilizio?
    Ma bisognerebbe spiegare al Governo che per rendere le procedure veloci occorre prima di tutto avere regole certe e chiare.
    In Italia invece l'apparato di leggi, leggine, regolamenti che governano le trasformazioni del territorio è farraginoso, contradditorio, spesso talmente oscuro da essere affidato alla assoluta ed unica discrezionalità interpretativa del pubblico funzionario.
    Quindi, se si vuole rendere l'iter più veloce, non basta la perizia giurata.
    Occorre, per esempio, cambiare il Testo unico per l'edilizia, omogeneizzare e semplificare i regolamenti edilizi, unificare le normative tecniche.
    Anche in questo caso, quindi, il principio sostenuto dal Governo sulla necessità di semplificare è sacrosanto; lo slogan (liberalizzare l'edilizia, niente più concessioni) è pericoloso.

  3. Sono molti anni ormai che nei dibattiti "alti" della cultura architettonica si sostiene l'importanza della demolizione come strumento di rinnovamento e riqualificazione delle aree urbane e soprattutto delle nostre periferie. Non è quindi da guardare con interesse un provvedimento che inserisca una forma di premialità, in termini di cubatura, per chi demolisce e ricostruisce?
    Secondo me sì.
    Purtroppo in Italia il termine "demolizione" viene sempre guardato con sospetto perché l'esistente è considerato valore in sé, al di là di ogni valutazione di merito.
    Poter demolire e ricostruire edifici obsoleti e privi di ogni valore con incrementi di volume è quindi una opportunità da cogliere con favore, scardinando, anche in questo caso, assurdità normative che oggi, in molti casi, obbligano a demolire ed a ricostruire con il rispetto della sagoma, come se la sagoma di un edificio fosse un valore da preservare, l'unico, oltretutto, in caso di demolizione integrale. Tutto è eliminabile tranne la gloriosa sagoma !
    Un ragionamento simile è anche applicabile ai sistemi di premialità annunciati in caso di ricostruzione che si adegui a parametri innovati di risparmio energetico.

  4. Resta come ultima questione quella dell'incremento di cubatura per gli edifici esistenti. Ripeto che su questo punto è difficile esprimere un giudizio perché non si capisce cosa possa voler dire. Significa dare il via al festival della veranda legalizzata?  Significa estendere la normativa già applicata in molte regioni (senza grandi clamori) sull'abitabilità dei sottotetti? Significa, come qualche esponente del governo ha accennato, che se un condominio trova un accordo si può sopraelevare il palazzo di un piano?

Il sussulto civile delle coscienze che la Aulenti, Gregotti e Fuksas richiedono merita naturalmente grande attenzione perché, sono convinto, è un appello per la promozione della qualità delle trasformazioni del territorio in Italia. Resta da chiedersi se sia meglio lasciare tutto così come è o impegnarsi in una riforma delle regole che richiede ragionamento, poco massimalismo, meno slogan e, a volte, anche molto coraggio.

 


Massimo Pica Ciamarra   09/03/2009

Per fronteggiare la crisi economica il Governo si accinge ad approvare un Disegno di Legge che prevede velocità nei permessi di costruzione; sgravi fiscali per chi ristruttura; incrementi di cubatura del patrimonio esistente e - qualora con tecniche di bioedilizia o ricorso ad energie rinnovabili - nella nuova edificazione.
Bene i primi due punti. In Italia il valore del tempo sembra sconosciuto: anche se il minore tempo di progettazione (!) è fra i parametri che motivano la scelta del progettista; la riduzione di quelli di realizzazione è fra i fattori per l'aggiudicazione degli appalti; mentre per i tempi decisionali e burocratici non vi è limite. L'intervallo di tempo fra l'avvio del progetto e l'ultimazione di un'opera pubblica sembra ripartito in 5% progettazione, 65% burocrazia, 30% attività di cantiere. Per gli interventi privati le autorizzazioni si attendono anche anni. Bene quindi agire sui tempi con certificazioni e dichiarazioni giurate del progettista, ma anche drasticamente agire sul sistema burocratico che regola e controlla gli interventi pubblici. Il tempo totale va drasticamente ridotto incrementando però (velocità richiede lentezza!) quello delle fasi di programmazione e progettazione che, se ben condotte, comportano velocità di esecuzione.

Dichiarazioni giurate e riduzione dei tempi burocratici presuppongono certezze, chiarezza e agilità dell'apparato normativo: nel mondo anglosassone vi sono norme prestazionali, non prescrizioni: esprimono raccomandazioni e suggerimenti sui requisiti da garantire. Mentre sovrapposizioni e esasperati caratteri puntuali delle nostre norme tecniche contrastano innovazioni tecnologiche, banalizzano progetti, abbassano la qualità degli interventi.
Anche le norme urbanistiche (senza entrare nel merito dei DM 1968, sotto vari aspetti culturalmente e tecnicamente obsoleti) esigonono svecchiamenti. Misurare il costruito in termini di mc. e non di mq. netti utili -da quando anche il Principato di Montecarlo si è convertito - ormai è abitudine solo italica: non ha senso urbanistico, espelle funzioni di interesse comune, contrasta i requisiti bioclimatici del costruire. Opporsi ad elevate densità edilizie contrasta la coscienza che il territorio è risorsa ormai rara. Disgiungere infrastrutture e strutture, urbanistica e edilizia, antico e nuovo, contrasta l'esigenza di "crescere con arte", essenziale per i nostri territori.
In mancanza di una sostanziale rifondazione legislativa  gli attuali strumenti urbanistici - anche quando concettualmente obsoleti, non propositivi, eccessivamente vincolanti - sono patti sociali che dovrebbero tutelare la collettività. Incrementarne le quantità eleva positivamente la densità urbana, ma se non altro (e ce ne è molto) presuppone verifiche nelle infrastrutture e nei servizi, quindi agili processi di monitoraggio urbanistico.
L'emergenza incombe: malgrado in Italia l'indice di motorizzazione sia già eccezionalmente elevato e si auspichi il prevalere dei trasporti collettivi su quelli individuali, altre ragioni oggi fanno sostenere la produzione di automobili. Ma il territorio è questione molto più delicata, la sua trasformazione è sostanzialmente irreversibile. Ancor più con incrementi semplicisticamente ammessi, realizzare è pericoloso; forte il rischio di non immettere qualità, di ingombrare il territorio, di esaltare l'invivibilità dell'insieme, di erodere un bene prezioso per la nostra economia. E non si torni alla vecchia distinzione fra aree di pregio e vincolate, e paesaggi che non meritano attenzione.

Allora "sì" ad incentivi fiscali per chi ristruttura; a nuove regole che puntino ad azzerare i tempi di autorizzazione; ad interventi capillari sul non costruito, sugli spazi aperti, sui luoghi di relazione; a bioedilizia ed energie rinnovabili. Ma "no" deciso ad azioni che contrastino norme urbanistiche finché non ne siano state scardinate concezioni obsolete e procedure paralizzanti.
Ritorna l'urgenza di rifondare e integrare regole urbanistiche ed edilizie.


Massimo Pica Ciamarra / 25.02.2009      Consiglio Direttivo INARCH

Dibattito aperto sul Disegno di Legge Quadro per la Qualità dell'Architettura

 

L'IN/ARCH è stato tra i primi a credere che anche in Italia una Legge per l'Architettura potesse trasformare procedure e comportamenti ed incidere sulla qualità delle realizzazioni. La cronologia di questa vicenda (MPC: Tre lustri di leggi, "Il Giornale dell'Architettura", gennaio 2009) segue un processo degenerativo fra l'intuizione originaria e l'attuale Disegno di Legge Quadro per la Qualità dell'Architettura. Eppure - lo documentano anche due comunicati stampa tuttora sul nostro sito - nel luglio 2008 l'IN/ARCH fidava nelle promesse del Ministro. Oggi non può che rilevare l'istanza tradita.

Il Disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri rinuncia ad incidere sul coacervo di norme che si sono andate addensando negli ultimi anni, vero ostacolo a diffondere qualità nelle trasformazioni fisiche dei nostri ambienti. La qualità non si produce per legge, ma ci sono leggi che ne alimentano l'humus e leggi che la rendono improbabile. Qui regole e procedure frenano; nello stesso tempo facilitano comportamenti impropri, anche quelli di recente venuti in piena luce.

Vi sono diversi modi per sostenere la qualità in architettura. C'è l'azione dei critici, quella dei progettisti, quella degli istituti di cultura, quella delle università - formazione, dibattiti, convegni, pubblicazioni, mostre, premi - quelle di chi ha compiti di amministrazione e di governo. Ne è presupposto una domanda di progetto intelligente ed esigente espressa da individui o dalla società nel suo insieme, soprattutto dai poteri che la dirigono -come Jack Lang precisava a Mitterand.

Oggi sembra quasi che la legge sull'architettura sia questione degli architetti, quella sul governo del territorio degli urbanisti o degli assessori competenti, quella sugli appalti dei costruttori, e così via. Come trasformare l'ambiente per migliorare la condizione umana è invece questione di tutti: richiede visioni politiche, intrecci fra aspettative diverse, acuta leggerezza dell'apparato normativo, assunti condivisi, liberi da interessi di parte, capaci di cogliere il fondo dei problemi: sono in gioco qualità dell'architettura / qualità urbana / qualità della vita.

Oggi c'è altra via che riprendere alla radice l'iniziativa evitando ogni ottica corporativa. Obiettivi:

  • Riaccendere la speranza nel futuro. In altre parole, restituire al trasformare il senso positivo che gli è proprio
  • Ridurre l'intervallo di tempo fra il sorgere di un'esigenza e l'ultimazione dell'intervento che la soddisfa
  • Ridare dignità al progetto, nella sua unità e ad ogni scala.

L'ipotesi non è utopica: si può uscire dalle trappole attuali attraverso una concertazione in grado di darle efficacia e concretezza.  

Per questo occorre concordare sui significati dei termini e sui principi; poi su modalità e procedure capaci di restituire alle trasformazioni il ruolo di risorsa.
Questa azione di rifondazione investe essenzialmente tre gruppi di argomenti:

 

1.   Legge urbanistica, proposte di legge sul governo del territorio, legge sulla qualità architettonica, legge sul paesaggio, legge sull'ambiente, legge su tutela e valorizzazione del patrimonio del passato: sono alcune delle leggi che incidono sulla trasformazione dei nostri ambienti di vita.
Nella realtà hanno:
   unico scopo: contribuire a migliorare le condizioni di vita;
   unico oggetto: la trasformazione fisica degli ambienti;

e richiedono tutte integrazione nei principi, chiarezza nelle definizioni, condivisione su requisiti e progressivi livelli di qualità da perseguire.

La prima azione punta a ricondurre ad unità le diverse leggi che riguardano le trasformazioni fisiche dell'ambiente: tende ad un dizionario "delle definizioni e dei principi".

 

2. La seconda azione punta al coordinamento degli strumenti della terna programmi/piani/progetti. Per selezionarne la qualità c'è il metodo del confronto, l'esame critico delle alternative. Fra programma, piano e progetto è sostanziale non tanto garantire "conformità", ma "continuità", presupposto della superindividualità che è fattore significativo per la qualità dei singoli interventi.

Occorre quindi ridefinire modalità e forme condivise del processo di formazione dei progetti: come articolare priorità o gerarchie delle scelte e come accelerare i processi decisionali, autorizzativi e "in-disciplinari" che presiedono alle singole realizzazioni.

Nella sostanza questa seconda azione riguarda tutto quanto concorre alla definizione dei progetti di trasformazione fisica degli ambienti, introduce cioè ad un Codice della progettazione.

 

3. La terza azione riguarda le modalità di attuazione degli interventi. Presuppone di rideterminare condizioni per la collaborazione fra i diversi soggetti che partecipano ad una realizzazione, di eliminare cioè le conflittualità invece accentuate dalle norme attuali.

La terza azione riguarda quindi un Codice delle realizzazioni, quanto segue le azioni di progetto, quindi appalti, fasi di attuazione, verifica, collaudo, manutenzione e gestione delle opere.

Su questi temi un "tavolo di concertazione" potrebbe pervenire a documenti condivisi, agili e puntuali, da inoltrare a chi ha compiti di governo per le azioni conseguenti. Lo si può fare in qualche mese: non molti giorni fa i Ministri delle Finanze del G7 si sono impegnati a rivedere i principi e le regole di Bretton Woods in soli 4 mesi.

Le successive puntuali regolamentazioni interessano, ma meno: potrebbero diversificarsi nelle varie regioni, attivare sperimentazioni, competere ed evolversi.

Benché con salti o imprecisioni, un primo indice ragionato per ciascuno di questi tre documenti aiuta ad avviare un confronto.

 

1. "delle definizioni e dei principi"

Le definizioni su cui concordare riguardano le trasformazioni fisiche dei territori, quelle indissolubilmente legate ad uno specifico clima, ad una precisa morfologia, a determinate preesistenze naturali o artificiali. Riguardano cioè tutte le trasformazioni che rientrano nel territorio dell'architettura : edificato e non edificato, strutture ed infrastrutture, urbanistica e paesaggio, preesistenze da tutelare, conservare o valorizzare, e così via.

 

Tutte queste trasformazioni hanno l'obiettivo di contribuire a migliorare le condizioni di vita degli abitanti. Sono la conclusione di processi che hanno origine nel manifestarsi di un'esigenza, da una visione o dal maturarsi di un'intuizione. Attraversano valutazioni di fattibilità, si articolano in specifici "programmi di progetto" propedeutici alla selezione fra alternative che li soddisfano, da cui il progetto di trasformazione fisica da realizzare che emerge dal confronto fra differenti risposte ad uno stesso "programma di progetto": confronti però da sottrarre a schematiche questioni di principio, da rendere agili e da codificare nelle differenti modalità. Le fasi iniziali - quelle nelle quali l'esigenza si trasforma in "domanda", poi in "programma di progetto" - sono il risultato di confronti complessi, di partecipazione, di scelte politiche. Il "programma di progetto" va espresso in termini tecnici, presuppone intrecci di competenze. In altre parole, nelle fasi iniziali il processo richiede partecipazione; nelle fasi finali invece è nella competenza dei tecnici delegati, nel loro insieme definiti il "progettista".

Ogni progetto di trasformazione, qualche ne sia la scala, è frammento di un insieme più ampio. In quanto tale è da valutare prioritariamente nei suoi rapporti

  • con le questioni ambientali, ecologiche e della sostenibilità
  • con il paesaggio, naturale o artificiale che sia
  • con le stratificazioni culturali che identificano luogo d'intervento e suoi intorni

Queste valutazioni presuppongono riflessioni sulle condizioni geografiche, geologiche, ambientali, climatiche, economiche, sociali e culturali con le quali la trasformazione verrà ad interagire.

La qualità di un progetto è nella rispondenza ai requisiti espressi nel suo "programma" e nella risposta all'eccedenza di requisiti o principi che chi progettista intuisce e propone. La qualità di un progetto è quindi essenzialmente nella "domanda", nel "programma di progetto" e soprattutto nella sua "fase di concezione" che - terminato un concorso - può anche pervenire ad una "progettazione che soddisfi i bisogni della committenza mettendoli in discussione, fino a sradicarli" (ricordo la frase, ma non l'autore) tema che apre all'opportunità - esclusa dalle norme attuali - di riformulare "programma di progetto" e "progetto preliminare" avvalendosi del progettista prescelto, magari anche di quanto emerso dal lavoro dei vari partecipanti al confronto. A questi caratteri sostanziali della qualità di un intervento fanno seguito gli aspetti della qualità riconducibili a parametri misurabili che riguardano procedure e tecniche delle successive fasi di progettazione e realizzazione.

Va comunque riconosciuto il ruolo prioritario che è nel rapporto "costruito/non-costruito", nella qualità degli spazi aperti, nella capacità dell'intervento di apportare un "dono" al contesto in cui si immerge.

 

2. "Codice della progettazione"

Infatti, oltre a dare risposta alle esigenze che lo motivano, in quanto frammento dell'insieme ogni intervento contribuisce al contesto di cui entra a far parte, quasi apportandogli un "dono". Ogni intervento si caratterizza quindi per la sua individualità, ma è animato da superindividualità, qualità oggi rara nei nostri territori costruiti. Un legame di continuità - non di astratta conformità - deve unire programma, piano urbanistico e specifico progetto di intervento.

La qualità di programmi, piani e progetti si persegue attraverso l'esame critico di alternative, ma avendo chiaro che la superindividualità è un significativo fattore della qualità. Il committente cura il "programma di progetto" che ne verifica la fattibilità anche in termini di risorse, articola la domanda e definisce i requisiti del progetto.

Ogni fase del processo successivo va curata da un solo "progettista" garante della qualità dell'intervento dalla fase di concezione fino ai controlli di esecuzione. Figura giuridica unica, spesso però composta da molte persone fisiche, il "responsabile unico del progetto" collabora con il "responsabile unico del procedimento" (che rappresenta il committente), successivamente anche con il rappresentante dell'impresa che realizza l'intervento o coordina le diverse imprese esecutrici.

 

Rientrano nel Codice della progettazione (riguarda le opere pubbliche e per molti aspetti anche quelle private):

  • la questione del ruolo degli UT (da ricondurre a compiti di programmazione e controllo)
  • la questione degli incarichi (a quelli pubblici -modesta aliquota del totale- "Edilizia e Territorio - Il Sole 24ore" dedica l'intero fascicolo di febbraio per chiarirne il groviglio: la 163/2006 è un mostro costruito per obiettivi diversi da quelli qui sostenuti)
  • la questione delle approvazioni e delle procedure (aspetti amministrativi e legali; Carta per la Qualità urbana, Commissioni per la qualità architettonica ed il paesaggio)
  • la questione "tempi": quelli di progetto (definire tutto in "realtà virtuale" chiede tempi raffrontabili con quelli di realizzazione); poi i tempi burocratici, da ridurre drasticamente
  • la questione dei costi della progettazione (i ribassi ammessi dal 2006 in Italia - irrilevanti sul costo globale dell'opera - abbassano la qualità)
  • le questioni delle procedure e dei livelli di progettazione (ad esempio, l'"ingegnerizzazione" del progetto non può prescindere dalla scelta di procedimenti e componenti di produzione industriale da adottare)
  • la questione delle astratte concatenazioni di conformità fra le varie fasi di progetto
  • la questione delle norme deontologiche (non ha senso riguardino singole categorie, non le società di ingegneria) ecc.

 

3. "Codice degli appalti e delle realizzazioni"

È azione derivata dalla messa a punto dei Codici di cui ai punti precedenti : porterà alla riscrittura della legge 163/2006 e del suo Regolamento, peraltro non ancora perfezionato.

S'intrecciano poi con il punto 2. le questioni aperte dagli "appalti integrati" ed in generale le forme di collaborazione fra impresa, produttori di componenti e progettisti.

In questi tre gruppi di argomenti, prevalentemente nel primo, rientrano anche altre questioni qui omesse per motivi di brevità: quelle relative all'uso agricolo dei suoli, alle mutazioni socioeconomiche che hanno attraversato il Paese, alle diversità geomorfologiche delle sue Regioni; quelle dovute all'evolversi degli obiettivi energetici; quelle tese a rendere agili le informazioni su vincoli e opportunità di ogni particella catastale e più in generale le questioni relative a certezza del diritto e semplicità e chiarezza delle norme.

 

Concludendo, "all'architettura italiana serve una legge", ma una cosa è un Disegno di Legge Quadro - che non incide sulla prassi del progettare e del costruire - altro è lanciare un'azione che strutturi principi, uscire dall'attuale marasma legislativo del costruire: azione non utopica, semplicemente utile.

Al di la dell'emendare l'attuale Disegno di Legge, si tratta di puntare alla rifondazione unitaria del sistema di regole -giuridiche e soprattutto etiche - per le trasformazioni fisiche degli ambienti di vita. Condivise le linee di fondo, un "tavolo di concertazione" può produrre - prima della prossima estate - un articolato documento sulla questione.

 

Non basta però rispondere alla domanda "all'architettura italiana serve una legge?"

È alla società italiana che serve una politica attenta alle questioni del territorio. L'architettura - l'insieme delle trasformazioni fisiche degli ambienti di vita - è una risorsa ed uno strumento importante per l'identità di un Paese (basta ricordare Sarzoky nell'ottobre 2007 all'inaugurazione della Citè de l'Architecture et du Patrimoine a Parigi, o nel gennaio scorso a Nimes negli "auguri agli attori della cultura"). Fra i compiti di chi governa (lo dimostra la nuova politica urbana dell'amministrazione Obama) c'è quindi quello di promuovere le ragioni dell'architettura presso i cittadini, gli utenti, gli acquirenti, i promotori e i sindaci. Per questo occorre che la politica ridisegni i suoi strumenti partendo dalla stessa mappa dei ministeri.

Si può immaginare un Ministero che unifichi le competenze relative alle trasformazioni fisiche degli ambienti di vita? che integri il tema dell'ambiente con quelli delle infrastrutture, delle aree urbane e di parte dei beni culturali? che - lo fece in Francia nel 1995 Philippe Douste-Blazy - leghi valorizzazione del patrimonio del passato e formazione del patrimonio del futuro, e al tempo stesso separi scultura, teatro, numismatica e archivi dalle questioni dell'habitat?

Non molto tempo fa in Italia non esistevano né il Ministero dei Beni Culturali né quello dell'Ambiente. Negli anni '90 non esisteva una Direzione per il Paesaggio e l'Architettura, istituita poi nella DARC/PARC che ora preoccupa perché in procinto di essere riassorbita all'interno delle strutture ordinarie del Ministero. Si tratta di estrarre competenze da diversi Ministeri per accorparle in funzione di un unico obiettivo. Analogamente ogni Regione, ogni città, dovrebbe avere un Assessorato che unifichi almeno le competenze su urbanistica ed edilizia, spesso anche altre.

Le esperienze di paesi vicini mostrano che perseguire con energia la qualità dell'architettura non solo aumenta la vivibilità - la felicità degli abitanti - ma è anche fonte di sviluppo economico e diffusione culturale all'interno ed all'esterno dei confini nazionali.

 

Stiamo attraversando un periodo che sconvolge equilibri consolidati, che ha analogie con le grandi rivoluzioni o le guerre mondiali, crisi cui hanno fatto sempre seguito capacità di rifondazione, straordinarie capacità di reazione e di riformulare regole ed assetti.

Oggi occorre affrontare la crisi economica; le carenze infrastrutturali; gli interrogativi "quale velocità - quale città" e nuovi scenari ambientali e territoriali; i temi della rigenerazione urbana e della riqualificazione delle periferie; la questione del "piano casa"; i nessi che intercorrono tra illegalità, "sicurezza" e degrado urbanistico. Oggi occorre progettare per sopravvivere, ridare vivibilità ai territori attraverso il progetto.

 

Il Disegno di Legge sulla qualità dell'architettura non incide minimamente su queste questioni.

Eppure una Risoluzione del Consiglio d'Europa incoraggia gli Stati membri a "promuovere la qualità architettonica attraverso politiche esemplari nel settore della costruzione pubblica": esemplari, cioè che inneschino emulazioni e concorrenzialità. Inoltre l'art.9 della Costituzione "tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione" cioè lo straordinario sedimentarsi di innovazioni che, interrotto, subdolamente tradisce l'essenza della nostra tradizione. Con le regole attuali, realizzare è pericoloso. Forte il rischio di non immettere qualità, ma di ingombrare ancora il territorio; di soddisfare bisogni ma incrementando l'invivibilità dell'insieme. Paradosso necessario come il sostegno alle case automobilistiche? Con un alto indice di motorizzazione - anomalo in Europa e nel mondo - da tempo si afferma di dover convertire la prevalenza del trasporto individuale in quella dei trasporti collettivi; altre ragioni fanno però sostenere nell'immediato quello che teoricamente invece si vorrebbe mitigare.

Al di là di questa apparente divagazione, in Italia serve una politica attenta all'insieme del territorio, serve uscire da ogni forma di immobilismo. Organi amministrativi con competenze integrate renderebbero l'obiettivo più vicino. Jules Michelet affermava che "ogni epoca sogna la successiva", Walter Benjamin aggiungeva: "sognando, urge il risveglio". In un mondo fatto quindi da sogni ed incubi di chi ci ha preceduto, in futuro potrebbero diffondersi buone pratiche, realmente tese ad organizzare lo spazio per migliorare la condizione umana.

 

L'IN/ARCH è nato per sostenere la visione unitaria delle trasformazioni dei territori.

Una politica attenta al territorio presuppone riorganizzazioni strutturali e norme coraggiose, da delineare con attenzione perché questo progetto conservi la sua carica utopica anche nel suo concretizzarsi.

L'attenzione alla sostenibilità ambientale - essenziale per il nostro futuro - ha generato norme e procedure raffinate: nelle varie leggi urbanistiche regionali emerge diffusa attenzione (a volte paralizzante) alla questione ambientale; ma troppo spesso emerge anche disattenzione per l'ambiente costruito. Puntare ad una visione integrata, tendere ad unificare le regole del progettare, significa anche moderare l'entusiasmo dei neofiti, iniettare e sostenere visioni mature, contemperare esigenze senza scalfire la priorità dell'ambiente, dell'istanza paesaggistica e dell'attenzione verso il succedersi delle stratificazioni che documentano l'evolversi della nostra civiltà.

Come ogni progetto ambizioso, quello qui delineato può accendere processi virtuosi ma anche essere divorato da strali di piatta concretezza.

Per metterlo a punto bastano 4 mesi. Fra 4 anni, il 10 aprile 2013, apre a Napoli il "Forum Universale delle Culture". Per quella data l'Italia potrebbe realisticamente disporre di strumenti basilari per trasformare con qualità i propri spazi, per "Crescere con arte" come sostenuto nell'ultimo World Congress of Architecture dell'U.I.A.

 


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