In molti, nel corso dei secoli, si sono cimentati nell’arduo compito di elaborare una definizione per l'opera di Architettura.
Esiste a riguardo una bibliografia molto ampia.
Wiliam Morris, ad esempio, considerava l’architettura “l’insieme delle modifiche e delle alterazioni operate sulla superficie terrestre in vista delle necessità umane; Nikolaus Pevsner affermava – nella introduzione alla sua storia dell’architettura europea - che “una tettoia per biciclette è un edificio. La cattedrale di Lincoln è un’opera di architettura”.
Il legislatore italiano sembra aver finalmente risolto il problema ed eliminato ogni dubbio. Ha infatti stabilito con precisione, nel Regolamento di Attuazione del Codice degli Appalti, cosa mai possa voler dire opera “di particolare rilevanza sotto il profilo architettonico, ambientale, storico, artistico e conservativo, nonché tecnologico”.
La vicenda che ha portato a questa importante conquista è la seguente.
Il Codice degli Appalti prevede all'articolo 91, che “quando la prestazione riguardi la progettazione di lavori di particolare rilevanza sotto il profilo architettonico, ambientale, storico-artistico e conservativo, nonché tecnologico, le stazioni appaltanti valutano in via prioritaria l'opportunità di applicare la procedura del concorso di progettazione o del concorso di idee.”
Sino ad ora, però, pochi sapevano discernere in modo certo quali fossero queste opere e, quindi, in quali casi “valutare in via prioritaria”
Tale confusione ha fatto sì che il 94% degli incarichi di progettazione di opere pubbliche fossero affidati non tramite concorso ma tramite gare. Come biasimare le Pubbliche Amministrazioni? In fondo non era stata fatta chiarezza.
Il Regolamento di Attuazione del Codice, un araba fenice morta e risorta più volte negli ultimi tre anni, nella sua ultima versione in viaggio tra Consiglio di Stato e Corte dei Conti, sembra aver risolto il dilemma: all’art. 3, cui è affidato l’arduo compito di specificare le “definizioni”, si scopre che un’opera pubblica può essere definita di particolare rilevanza architettonica se esistono almeno due tra le seguenti condizioni (attenzione: non una ma due!):
1.utilizzo di materiali e componenti innovativi.
2.processi produttivi innovativi o di alta precisione dimensionale e qualitativa;
3.esecuzione in luoghi che presentano difficoltà logistica o particolari problematiche geotecniche, idrauliche, geologiche e ambientali;
4.complessità di funzionamento d'uso o necessità di elevate prestazioni per quanto riguarda la loro funzionalità;
5.esecuzione in ambienti aggressivi;
6.necessità di prevedere dotazioni impiantistiche non usuali.
Sorpresa: dalle sette invarianti di zeviana memoria siamo passati ai sei "elementi" del Regolamento.
L'analisi da compiere su questa norma non riguarda nemmeno il tema dei concorsi, dell'opportunità o meno di ricorrere a questo strumento più o meno giusto per produrre qualità.
Il problema posto è molto più generale e riguarda un vero e proprio ribaltamento culturale nella storia dell'architettura.
Noto, prima di tutto, che è necessario da parte della Pubblica Amministrazione saper valutare prima che tipo di materiali o di processi produttivi impiegare in quella scuola, quella nuova piazza, quel centro sociale per cui occorre decidere la procedura di affidamento di incarico.
In seconda istanza, se sto per affidare un incarico di progettazione di un intervento di edilizia residenziale pubblica (per fare un esempio), devo essere consapevole che questa non potrà in alcun modo essere considerata opera di architettura se:
1.non userà rivestimenti di facciata in titanio (se pensate di usare mattoni a faccia vista sappiate, cari colleghi, che state progettando edilizia di base)
2.non è ubicato in un'area con problemi geologici, idraulici ecc. (non importa se l'intervento è collocato al centro del colonnato di San Pietro. La complessità storico-architettonica del contesto non è una criterio valido)
3.non prevede articolazioni funzionali particolarmente complesse (nel caso in esame alloggi girevoli, corpi scala telescopici, camere da letto a fisarmonica)
4.non richiede l'installazione di una piccola centrale nucleare per la produzione di energia e sistemi impiantistici "non usuali" (non basta che ci sia qualche pannello solare o fotovoltaico che potrebbero oramai essere considerati del tutto "usuali")
5.non debba essere realizzato in ambienti aggressivi( su questo punto non riesco ad elaborare un commento perchè l'unica aggressività che mi viene in mente è quella che provoca la lettura di questa norma).
Potremmo divertirci a "far reagire" molte altre categorie di opere pubbliche con questa griglia di criteri.
La domanda sorge spontanea: ma chi ha scritto questa norma? Un geologo, un impiantista, un architetto, uno storico, un restauratore?
Pensavamo che il Codice degli Appalti rappresentasse, per la qualità della progettazione nel nostro paese, il punto più basso della produzione legislativa ma il suo Regolamento di Attuazione, se resta quello che abbiamo letto, ci smentisce.
Con buona pace di chi, per il suo compito istituzionale, è seduto ai tavoli di concertazione in cui si discutono queste alte definizioni di Architettura.
arch. Francesco Orofino
da n.1 - 11/16 gennaio 2010 Progetti e Concorsi - rivista de Il Sole 24Ore
La Conferenza di Copenhagen, ha esaltato le differenze di approccio ai temi climatici e ambientali fra i 192 paesi nell’ONU: interessi contrapposti e diverse speranze di futuro. Le proposte di riduzione delle emissioni di gas serra nei prossimi dieci anni oscillavano fra 15-17% (Australia, USA) e 42-45% (Brasile, Cina). Un effettivo accordo non si è raggiunto, ma è a tutti più chiara l’urgenza di politiche coordinate, azioni disomogenee e al contempo integrate.
Quasi metà delle emissioni di CO2 in Stati Uniti o Europa sono prodotti da città e territori urbanizzati. Al XXIII° World Congress of Architecture, riferendosi ai caratteri dei contesti italiani l’INARCH ha argomentato l’esigenza di “Crescere con arte”; sei mesi dopo “le Carré Bleu” -con ottica planetaria- ha proposto un progetto di “Dichiarazione dei Doveri dell’Uomo” relativi all’habitat e alle diversità degli stili di vita. Affermazioni di principio da corroborare con progetti e realizzazioni esemplari. Anni fa in Italia si pervenne al “Codice concordato di raccomandazioni per la qualità energetico ambientale di edifici e spazi aperti”, datato, ma tappa significativa verso questioni ormai indifferibili, a metà ‘900 poste con forza da Richard Neutra in “Progettare per sopravvivere”, riemerse con la crisi energetica del 1973, base degli impegni a Rio poi del protocollo di Kyoto. Immediatamente dopo la crisi del ‘73 l’architettura si pose “alla ricerca delle informazioni perdute”: molto si è fatto in questa direzione e “la sostenibilità sostiene l’architettura” resta uno slogan efficace. Ormai però non basta pensare a costruzioni a basso consumo energetico o ecocompatibili. Non basta mitigare i loro effetti sull’ambiente: si impongono decise inversioni di tendenza sostenute da tecnologie ed innovazioni anche di processo.
Dopo la “presa d’atto” di Copenhagen, come devono trasformarsi i nostri habitat ?
“Per un’architettura e un arte frugale” -il Convegno internazionale programmato per fine gennaio dalla Fondazione Zevi- sembra contrapporre la ricerca architettonica (che “reagisce allo spreco prodotto dall’iperconsumismo indicando soluzioni sostenibili per il futuro di ampie fasce di popolazione del pianeta”) a quella promossa dall’industrializzazione edilizia: contrapposizione da evitare se e dove si verifica (indiscriminati incentivi ai veicoli individuali ne sono esempio indiretto). Comunque “crescere con arte” significa “decrescita” (cioè ridimensionare la domanda, ridurre i fabbisogni, ridurre la richiesta di energie esterne; ridurre il consumo di suolo; ridurre esigenze di mobilità e modificarne modalità; utilizzare risorse locali, modificare gli stili di vita, ecc.) e spinge ogni singola trasformazione ad entrare a far parte di insiemi più ampi privilegiando aspetti ambientali, questioni paesaggistiche, stratificazioni e memoria dei territori. Queste azioni integrate hanno aspetti particolari dove forza dei contesti e preesistenze non consentono unità autonome, scacciano astratte utopie imponendo un “costruire nel costruito” di straordinario interesse. Interagiscono questioni diverse :
- temi territoriali ed urbani : fermare disboscamenti, o meglio ampliare o introdurre aree boschive preferendo essenze ad elevato assorbimento di CO2; fermare l’urban sprawl; ridurre il consumo di suolo non solo per motivi agricoli: elevare la densità abitativa non è fattore negativo, ma risorsa e spinta all’abbandono di modelli obsoleti; affrontare la complessità dei sistemi compatti e trarne vantaggio inducendo modifiche a comportamenti, gesti quotidiani, stili di vita; affrontare in forme nuove le questioni della mobilità; attivare articolate politiche dei rifiuti, autoproduzione energetica (non solo riduzione di consumi, ma riuso di quanto viene prodotto: la "scoria" come risorsa). Nel suo essere “a scadenza” anche il cosiddetto “Piano casa” -dannoso perché incentiva interventi autonomi e privi di logiche di scala superiore- può produrre effetti positivi: innalza le densità riducendo la domanda di espansione. Nelle aree dismesse -o su parti di città sufficientemente ampie, innervate da nodi del trasporto collettivo- vanno sperimentate aggregazioni innovative, integrate anche in termini funzionali, sostenute da speciali mobilità. Oggi peraltro si vorrebbero integrare sistemi di trasporto e reti energetiche; si ipotizzano “piani dei tempi” delle città; si diffonde la logistica; si delineano pavimentazioni stradali fotovoltaiche, sistemi notturni di illuminazione pubblica sensibili, modulabili o addirittura on-off, …
- mobilità : in Italia gli ingorghi cittadini non solo hanno costi esterni dell’ordine di un punto del PIL, ma di fatto impediscono il diritto individuale alla mobilità. La mobilità urbana grava sul sistema sociale in termini di inquinamento atmosferico ed emissioni di gas serra, di inquinamento acustico, di congestione e incidenti da traffico: riduzioni delle necessità di spostamento -oltre che con innovazioni tecnologiche- sono favorite da intrecci funzionali, mitigazioni dello zoning, compresenza di luoghi di lavoro e strutture commerciali, sociali e ricreative, distanze brevi. In Francia l’«Institut pour la ville en mouvement» -forte di un Comitato scientifico internazionale- continua a riflettere su questi temi. In Germania parte H2-Mobility, settoriale ma efficiente dal 2011. Negli Emirati è in avanzata costruzione Masdar City -zero emissioni, zero ...- : sperimentazioni ormai un po’ dovunque, nei paesi ricchi come in Cina, in Bolivia o Equador.
- costruito, materiali e componenti : zero emissioni, basso consumo di energia (sempre che gli edifici non ne siano essi stessi produttori); raccolta dell’acqua piovana e ciclo delle acque; studio di orientamenti e ombre portate; uso sapiente di vegetazione e “orti urbani” (comunque spazi aperti annessi ad ogni alloggio); raccolta/riciclo/riuso dei rifiuti; attenzione ai processi costruttivi; utilizzo di materiali riciclabili a bassa emissione di carbonio, corretti sotto il profilo energetico anche in fase di produzione (dai cementi fotocatalitici che assorbono CO2 o quelli futuri -forse vicini- che addirittura la trasformano in materiale di costruzione, ai materiali che la catturano …); ...automazione, domotica, robotica, teleriscaldamento, “pareti luminose”, luce e ventilazione naturale degli spazi nell’ottica del benessere e risparmio energetico. Nello stesso tempo compresenze, flessibilità funzionale, forme di aggregazione che favoriscano rapporti sociali e integrazioni funzionali.
Come è impensabile un piano urbanistico sordo agli aspetti paesaggistici, così sono intollerabili trasformazioni disattente ai tempi lunghi, anche i più lunghi. Oggi si cercano tecnologie per cattura e stoccaggio dei gas serra, ma tecnologie e soluzioni urbanistico-architettoniche da sole non bastano: per un “KO-CO2” occorre indurre anche cambiamenti nei comportamenti e nei consumi, incoraggiare stili di vita sostenibili nel rispetto delle diversità culturali. Quindi azioni simultanee su contesto, prodotti e servizi; e ancora su abitudini, convinzioni e rete sociale degli abitanti.
Resta una questione generale. Non riguarda solo l’habitat, per sua natura sedimentazione di interventi diversi, tantissimi: ogni singola azione è parte di questi processi, ogni segno materializza un pensiero distinto. Questo susseguirsi di alterazioni esige libertà e regia simultanee, cioè integrazione perché se singoli obiettivi e azioni individuali non contribuiscono al miglioramento della condizione umana prevale il degrado. Più alta è l’interazione -innanzitutto fra i programmi, poi certo fra le singole azioni- più ci si avvicina a “contiguità di elementi discontinui che non sembrino effetto del caso” ma orientate verso obiettivi comuni. La mutazione è mentale prima che tecnologica: software per gestire l’immensa mole di informazioni sono in rapidissima evoluzione. La complessità da tempo è trasformata da ostacolo in obiettivo.
La “presa d’atto” di Copenhagen contribuisce a costruire un nuovo immaginario, impone una svolta.
Spinge a trasformare i nostri habitat verso “zero-emissioni, zero-energia, zero-rifiuti”, pertanto ad agire -nel gestire, oltre che nel programmare, nel pianificare e nel concreto trasformare- attraverso elevate forme di integrazione ed interazione.
Massimo Pica Ciamarra
Vicepresidente IN/ARCH