Nel 2010 l'opposizione (PD) ha formulato 10 proposte per la scuola di domani che sono totalmente condivisibili. Rappresentano la piattaforma strumentale minima per una scuola che funzioni dignitosamente. Ma, per entrare nel merito di una riforma (con la R maiuscola) della scuola media, bisogna innanzitutto battere la cultura dell'attuale ministro che mostra di portare il Paese nella direzione opposta a quella auspicabile. Il ministro ha, infatti, moltiplicato il numero dei licei (sei almeno) ed ha riformato (più esattamente, ha consolidato) gli indirizzi e le funzioni degli istituti tecnici e professionali.
Prevale ancora una volta il pensiero di Gentile delle separatezze culturali e delle gerarchie sociali. Croce e Gentile hanno, infatti, prefigurato ed attuato una scuola con due principali caratteristiche:
  • ordina gli studi in ragione degli interessi di una classe dominante che privilegia la “sua” scuola (il liceo classico); risponde modestamente alla domanda di progresso tecnologico (con il liceo scientifico) nonché alla necessità di quadri intermedi (istituti tecnici) e di operatori qualificati (istituti professionali). Si sentono forti gli echi del pensiero aristotelico che distingue tra sapienza, saggezza e técne e di quello medievale che distingue tra “arti liberali” e “arti meccaniche”. Alla faccia della modernità!;
  • separa nettamente la cultura storico-filosofico-letteraria da quella scientifica.
Scrive Bruno Arpaia che l'80% degli interlocutori “intellettuali” dichiara di non essere interessato ai temi della scienza, ma non ammette buchi nelle conoscenze “umanistiche”: una scissione esasperata dalla metà del XIX secolo. Croce, sulla scia di Hegel, affermava che la scienza non ha valore conoscitivo e quindi, con Gentile, si permetteva di umiliare qualunque matematico che osasse prendere la parola nei dibattiti filosofici. E' uno dei presupposti sui quali Gentile ha fondato la scuola media attuale.
Sul rapporto tra le “due culture” si è ora riaperto con autorevolezza sul domenicale del Sole24ore un dibattito che ogni tanto cade colpevolmente in letargo.

Questa volta l'innesco proviene dall'area universitaria (Claudio Giunta) e parte dalla considerazione che troppi studenti si iscrivono alle facoltà storico-filosofico-letterarie e delle scienze umane, sia per mancanza di un loro interesse definito sia perché sono facoltà (apparentemente) più facili, benché è di tutta evidenza che non vi saranno sbocchi lavorativi sufficienti. Nel tempo si sarebbe costituita una convergenza di interessi diversi e nient'affatto nobili. in capo a ministeri, università, docenti e famiglie. che spinge i giovani verso le facoltà anzidette.
La diagnosi è certamente condivisibile e ben nota a chi insegna all'università da oltre quarant'anni e ne ha registrato il progressivo deterioramento generale, fatta salva qualche isola felice. Altrettanto condivisibile è l'idea che la “cultura diffusa” non può sopperire all'istruzione scolastica, ordinata per gradi crescenti di approfondimento. Meno condivisibile è l'idea che l'attuale situazione possa essere contrastata a partire dall'università. L'università, infatti, è un recapito finale e non bisogna alimentare l'illusione che essa possa sopperire alle carenze di base, specie se non esistono filtri d'ingresso adatti a selezioni basate su attitudine, competenza e merito.
 Non condivisibili sono anche le ibridazioni proposte da qualche docente (Vittorio Marchis) tra corsi di laurea scientifici e materie “umanistiche”. Si rischia che diventino iniziative portatrici di ulteriore frammentazione e destinate ad aumentare il numero già eccessivo dei corsi di laurea. Meglio accentuare i caratteri distintivi di ogni percorso di studi, dimagrendolo sino ai soli fondamentali vecchi e nuovi, e lasciare ai dottorati, ai master, agli interessi dei singoli e alla cultura diffusa il compito di mettere in relazione aree di studio anche distanti.

Al centro di questa situazione di crisi delle sedi e dei percorsi formativi; delle idealità, delle aspirazioni e dello spirito di sacrificio dei giovani; dello scarso interesse e delle incertezze educative delle famiglie, sta la scuola media, inferiore e superiore, vecchia ma oggetto di continue innovazioni casuali e pasticciate, indotte da scopi eterogenei, più iscrivibili nelle varie aree funzionali che in quella pedagogica.
Insomma, se una riforma della scuola media e superiore si vuol fare, si deve partire dalla riforma del suo profilo pedagogico; servirà anche all'università.

Qualche osservazione elementare può aiutare e la espongo partendo dalle esperienze personali di un docente della facoltà di architettura (dove si entra da qualunque provenienza!); questa precisazione è essenziale perché l'architettura fonda su entrambe le due culture, legate in modo inscindibile (cosa che la distingue sostanzialmente dall'ingegneria).
Orbene: è ammissibile che un giovane che entra nell'università sappia qualcosa (o anche tanto) di Leopardi, ma non conosca il significato della forza di gravità o la natura della corrente elettrica? Oppure che sappia cos'è una proporzione (e addirittura un integrale), ma non abbia nozioni minime di storia dell'arte? Che sia abile a tornire un corpo metallico, ma non sappia come funziona l'attrito (e magari ha ottenuto la patente automobilistica)? Che manovri agevolmente la partita doppia ma non conosca la Costituzione? Che abbia studiato proficuamente Kant ma non sappia dov'è il fegato e a cosa serve?
Non si pensa mai abbastanza al fatto che molti incidenti sul lavoro e molti di quelli che accadono in casa o in ufficio dipendono, a ben guardare, da carenze nelle conoscenze di base in fisica, in chimica, anatomia ecc. ecc. ; che molti equivoci e difficoltà quotidiane nei rapporti sociali dipendono da altrettante carenze di base in giurisprudenza, assetti istituzionali, disposti costituzionali e così via.

Domanda conseguente: l'attuale scuola media e superiore rende eguali i cittadini di fronte alla necessità di sapere, alla vita quotidiana, alle occasioni di lavoro e alla vita in generale?
Non si può rispondere affermativamente e se una riforma si deve fare questo è il vero punto d'attacco. Non è utile, infatti, rincorrere l'attuale ministro sulle sue proposte, finalizzate ad obiettivi che poco spartiscono con i bisogni del vivere; è più utile contrastarne le decisioni con un progetto del tutto innovativo che rimetta in campo categorie fresche, adatte ad un rinnovamento della società.
Si può pensare, ad esempio, ad un progetto che riarticoli gli otto anni delle scuole medie e superiori in modo da ottenere due risultati:
  1. un ciclo quinquennale obbligatorio, che parifichi tutti i cittadini in termini di conoscenze di base: un percorso di preparazione alla vita;
  2. un ciclo di specializzazione triennale che prepari varie uscite sul mercato del lavoro e/o sia una ragionata premessa alla scelta degli studi universitari.
Gli esperti sapranno scegliere e dosare le materie idonee alla finalità generale.
La proposta parte anche dalla conoscenza dei risultati ottenuti con i cosiddetti diplomi di laurea, inopinatamente soppressi; parte da un assoluto rammarico per le scelte sostenute dalla sinistra in materia di corsi di laurea triennali e materie semestrali (combattuti da alcuni in tutti i modi possibili!). La giusta preoccupazione di anticipare l'entrata dei giovani nel mercato del lavoro poteva non mortificare gli studi universitari, ma fermarsi alle scuole medie superiori adeguatamente riordinate. Al proposito, sarebbe utile censire il numero degli studenti che si fermano alla laurea triennale, per capire quanto la speranza di anticipare il tempo del lavoro sia stata velleitaria. Come sembra dicesse il noto Guerzoni, “ogni mamma italiana ha diritto ad un figlio laureato”; ma per laurea quella mamma non intende certo la triennale!
Se dopo i cinque anni di base si avesse un ciclo triennale con vari indirizzi specialistici, questi potrebbero tranquillamente aprire le porte al mondo del lavoro in una vasta serie di occupazioni di secondo livello, ma del tutto soddisfacenti, nei settori: giuridico, bibliotecario, museale, ospedaliero, della ricerca scientifica, ecc, ecc. D'altra parte, non è già così per i geometri e i ragionieri? Un successivo accesso all'università sarebbe più selettivo e molto facilitato dalle conoscenze acquisite; ridurrebbe quella necessità che oggi abbiamo di contrastare l'analfabetismo che pesa sui primi anni accademici.
Delineando un percorso formativo siffatto, forse riusciremmo anche ad eliminare l'idea devastante che un giovane e la sua famiglia possono prescindere da qualsiasi progetto di futuro, da ideali e responsabilità verso se stessi e la società, perchè tanto si può entrare in qualunque (o quasi) facoltà, cambiare idea in qualsiasi momento del percorso scolastico ed avanzare a tentoni, secondo la convenienza contingente, tra debiti e crediti e altre invenzioni che mal si conciliano con il penoso stato organizzativo (e fisico) della scuola e delle università italiane.

Massimo Bilò,
Roma, ottobre 2011



Questa di Kazuyo Sejima consolida la serie delle Mostre di Architettura di Venezia che pongono all’attenzione internazionale declinazioni di temi generali. “People meet in architecture” è un titolo splendido, acuta sintesi di questioni antiche e attuali. “Ailati” -la riflessione di Luca Molinari- scava nella stessa direzione; così altri padiglioni nazionali. Accantonato ogni equivoco, l’architettura -tecnica ed arte civile- afferma il suo ruolo sociale. “Less architects, more architecture” -fra le questioni proposte dall’IN/ARCH nella sua prima partecipazione alla Biennale.


Come sempre interpretazioni plurime, ma la 12° Mostra internazionale di Architettura è ben singolare. Irrompe nel dibattito contemporaneo con messaggi semplici -comprensibili a chiunque viva o s’incontri in ambienti costruiti- peraltro che aleggiano da tempo: a più di cinquant’anni dalle tesi del Team X; un po’ meno da ”Architecture without architects”, la provocatoria apologia di Bernard Rudofsky; a quasi quarant’anni da ”Architecture de survie” di Yona Friedman che ad aprile era in mostra ai Magazzini del Sale; a pochi mesi da “Per un’architettura e un arte frugale” -il convegno della Fondazione Zevi-; a poche settimane da l’“Eloge du vide” di Jorge Cruz Pinto sull’ultimo numero del Carré Bleu.

Le ampie condivisioni di principio, le forti convergenze culturali, mancano però di adeguati riscontri nelle prassi. “Ailati” -aspira ad un palindromo?- si avvale di installazioni come metafore ed esplora il futuro, soprattutto ospita alcuni giovani eroi che iniettano fiducia con esempi coraggiosi di spazi ad alto contenuto civile immessi nei magmi soffocanti prodotti dai più. Senza rinunciare a sperimentazioni innovative sugli assunti della sostenibilità, declinando in forme nuove il “privilegio al paesaggio” e la cultura delle stratificazioni, tutto riafferma che compito primo del costruire è contribuire al miglioramento della condizione umana.

“People meet in architecture” attiva una riflessione su architettura, nuovi valori e stili di vita; può proiettare un’ombra lunga, può far uscire dal torpore, può innescare conseguenze. Può segnare l’eclissi delle archistar, il disinteresse per autonomie disancorate dai contesti, la presa di coscienza che l’assenza di qualità favorisce criminalità e devianze. Nel nostro contesto stimola la qualità della domanda, precondizione della “qualità diffusa” perché domande ben poste ed articolate richiedono buoni progetti e buone realizzazioni e poi incidono sui processi formativi e sui vari fattori della filiera produttiva. Quindi sprona anche la committenza pubblica: strumento per elevare le relazioni tra individui/attività/spazi, l’architettura ha il compito di generare una res publica tesa ad aggregare e dare senso ad ogni comunità.
 

Quasi simultanea Shanghai 2010 -“Better City, Better Life”- attraverso Urbanian / City Being / Urban Planet sembra enunci obiettivi analoghi. Mostra eccezionali sperimentazioni; delinea una rigenerazione urbana polimerica, senza precedenti per dimensioni e chiarezza di programma. Afferma però futuri diversi da quelli sottesi alle variegate ma convergenti linee della mostra veneziana.
 

Convegni, congressi, libri, riviste, mostre, istituti, associazioni: sono utili per quanto aiutino davvero a cambiare le cose. Venezia 2010 spinge verso coraggiose mutazioni: i suoi messaggi non possono riecheggiare solo in mondi ristretti, devono far riflettere e produrre effetti, dovrebbero improntare il senso comune, rimbalzare con energia per raggiungere nel profondo politica e governi regionali perché -diceva Gandhi- “in democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica”. Ma i nostri Governi -al di la del condividere le Conferenze delle Nazioni Unite sugli insediamenti umani o del sottoscrivere abulicamente le risoluzioni dell’Unione Europea (anche quella che proprio su questi temi sollecita “politiche esemplari”), hanno mai dedicato anche una sola seduta a riflettere, in termini strutturali, su come promuovere la qualità delle trasformazioni del territorio? Il Parlamento, i politici, hanno coscienza che regole e procedure sono, qui, fra i principali ostacoli alla qualità dei paesaggi voluta dalla Costituzione?


Massimo Pica Ciamarra
30 agosto 2010
Il Giornale dell'architettura, n. 34 - settembre/ottobre 2010   



Demoliamo Tor Bella Monaca è provocazione efficace se, evitando di ridursi a boutade estiva, darà origine a concreti processi di rigenerazione urbana, non importa se proprio lì, in quello specifico quartiere della periferia romana o altrove. Questo grido è diverso dal reato avviato con la demolizione delle “Vele” di Secondigliano che -a parte “Le occasioni di Rosa” e “Gomorra”- erano testimonianza coraggiosa di idee e tensioni degli anni ’70, quelli in cui un etologo dai molteplici interessi -Konrad Lorenz- inseriva le periferie contemporanee ed i modi patologici in cui si andavano formando fra “Gli otto peccati capitali della nostra civiltà”. Oltre che brutte, le periferie sono costose e soprattutto dannose. L’intollerabile costo sociale delle banlieues venne denunciato con forza da Philippe Douste Blazy -nel 1995- nel suo primo discorso da Ministro della Cultura francese. Qualche tempo fa è stato invece un magistrato, Paolo Mancuso, a ragionare sui nessi fra degrado urbano e devianza, fra stratificazione sociale dei rioni e concentrazione criminale.
A ben riflettere, banlieues e periferie cui fanno riferimento Lorenz, Douste Blazy o Mancuso sono parti non integrate e per lo più con sommatorie di edifici isolati, anche con problemi tecnologici, magari costruiti in assenza di criteri antisismici o di standard oggi essenziali, grandi dissipatori di energia. Lo spazio urbano di queste zone -simbolo di degrado, benché ancora relativamente recenti- è quello di risulta fra edifici e recinti monofunzionali. In questi quartieri vi è assenza di “monumentalità”, assenza di stratificazioni, mancanza di legami. Anche quando accolgono aggiunzioni successive, queste non derivano da esigenze di rimesse a punto. Questi quartieri manifestano incuria per gli spazi esterni, bassa integrazione, scarse interrelazioni, scostanti dilatazioni fisiche degli spazi, non solo stradali: soprattutto sono ricchi di vuoti inospitali ed inappropriati.
La provocazione del Sindaco di Roma va colta con rapidità: aiutiamolo nel promuovere confronti pubblici che mostrino -in ogni caso specifico- come si possa rigenerare una periferia, anziché semplicisticamente demolirla per sostituirla con altre astrazioni realizzate simultaneamente, prive degli indispensabili processi di stratificazione che possono renderle città. Rigenerare significa coinvolgere in acuti processi di trasformazione, anche sostituire edifici, raggiungere elevate prestazioni energetiche puntando ad azzerare le emissioni di CO2, ma soprattutto riorganizzare i luoghi pubblici introducendo spazi ad alto contenuto civile, mutando la mobilità interna evitando attraversamenti viari, favorendo percorrenze pedonali/ciclabili, riducendo le superfici asfaltate, determinando più favorevoli indici di permeabilità. Attraverso processi di rigenerazione sarà forse possibile dotare di “orti urbani” il sistema edificato; rivedere la rete delle centralità e dei luoghi di riferimento; introdurre usi ed attività miste compatibili, integrarle in sistemi più ampi. Così le periferie potranno vedere dissolversi le loro negatività. Rigenerate attraverso una sapiente regia ma mediante molteplicità di interventi curati da soggetti diversi e quindi con intrecci di linguaggi, potranno tentare di trasformarsi in luoghi ambìti per qualità che mancano nella città consolidata. Per le periferie occorrono soluzioni antiche, proprio come per i centri storici occorrono soluzioni nuove.
“L’anima ha bisogno di più spazio del corpo” diceva Axel Munthe: cogliamo la provocazione del Sindaco, attiviamo confronti e vitali processi di “partecipazione ragionata”, evitiamo soluzioni schematiche: rigenerare stratificando può legare fisicità degli spazi con nuovi stili di vita e comportamenti.

Massimo Pica Ciamarra


Sull’ultimo numero del Giornale dell’Arte (n°298 - maggio 2010) il Ministro per i Beni e le Attività Culturali fa il bilancio dei primi due anni del suo mandato: elenca le iniziative in difesa del patrimonio storico artistico, per il restauro di importanti monumenti, per la valorizzazione di significative aree archeologiche; parla del nuovo slancio che intende dare al turismo agendo sui musei e sull’archeologia, utilizzando le potenzialità del web e promuovendo accordi con le Casse di Risparmio; parla degli enti lirici: “sono questi i principali cantieri da noi aperti e sui quali intendiamo continuare a lavorare”.

Nulla sull’attività culturale più antica. Infatti il Ministro non cita il (per fortuna) dimenticato “Disegno di Legge quadro per la qualità architettonica” varato dal Consiglio dei Ministri nel novembre 2008. Un dibattito ormai spento rese chiaro perché anche questo DdL non era teso a promuovere: sosteneva le opere di architettura contemporanea ex post, se e quando riconosciute di qualità; incentivava i concorsi con incomprensibili limiti, peraltro senza chiarirne la sostanziale differenza con le “gare”. Privo di sano pragmatismo, enunciava principi senza incidere su quanto orribilmente suggellato dalla legge 163/2006.

Nel suo autorevole bilancio, il Ministro per le Attività Culturali non fa cenno ai temi delle nuove infrastrutture, dei nuovi paesaggi, della trasformazione delle aree metropolitane e degli ambienti di vita; all’inscindibilità fra antico e nuovo o meglio fra “conservazione del patrimonio del passato e produzione del patrimonio del futuro” (felice espressione -ha quasi due decenni- dell’allora Ministro della Cultura francese); ad azioni per promuovere l’architettura in senso lato (per la quale -prima che risorse economiche- occorrono condizioni che consentano di bene utilizzare quelle che ci sono).

Città, monumenti, territori e paesaggi incidono sulle condizioni di vita: non escludono adeguamenti ed azioni, li postulano. Questo patrimonio dinamico esige di rimuovere gli ostacoli (psicologici, mentali, normativi) al trasformare, allo stratificare, alla diffusione di acute qualità. L’INARCH -istituzionalmente “il luogo, il tavolo intorno al quale si incontrano le forze che producono l'architettura: industriali, banchieri, costruttori, ingegneri e architetti, fino ai critici d'arte e agli amatori di architettura”- si confronta con continuità su questi temi. Può aiutare a definire un progetto coraggioso e ad avviare un processo rigeneratore basato sull’integrare.


Massimo Pica Ciamarra




La lettera di Michele Brunello, scritta per conto di studio Stefano Boeri Architetti e  pubblicata sullo scorso numero della presS/Tletter, evidenzia ancora una volta come, al di là di comportamenti personali o di vicende giudiziaria, il nodo del problema sia nell’assoluta “ipocrisia” della normativa italiana in materia di progettazione di opere pubbliche.

Se non capiamo che la vera emergenza di questo paese è quella di una nuova “infrastruttura delle regole” e di una radicale riforma dell’attuale assetto normativo, continueremo ad assistere a prassi poco edificanti.

La prima considerazione e’ di carattere generale: esponenti del “potere legislativo” ci hanno spiegato in questi giorni che le leggi che governano gli appalti di opere pubbliche in Italia rendono impossibile la loro  realizzazione in tempi brevi e certi.
Ma chi diavolo lo ha approvato il vigente codice degli appalti nel 2006? Chi le ha scritte quelle norme sbagliate?
Siamo al paradosso; gli stessi che hanno voluto regole assurde oggi gridano allo scandalo e riconoscono l’ineluttabilità  delle deroghe.

Ma entriamo nel merito della vicenda G8.
Emerge dalle parole di Brunello la prima grande farsa: in Italia si affidano incarichi diretti sotto le mentite spoglie della “consulenza”.
A Studio Boeri è stata affidata una consulenza per l’assetto urbanistico, una consulenza per il progetto preliminare e via dicendo.

Ma non sarebbe stato meglio se Soru e Bertolaso si fossero assunti consapevolmente la responsabilita’ di scegliere per via fiduciaria un progettista e di affidargli l’incarico senza ricorrere a ipocrisie formali?

L’importante, nel nostro paese e’ che il progetto preliminare, cioè  il momento decisivo della concezione dell’opera, sia sempre firmato dai tecnici della pubblica amministrazione. Così la forma e’ salva. Ma chi, di fatto, ha realmente redatto il progetto compare come semplice consulente.

Sia chiaro: non attribuisco colpe a chi “accetta” la fromula della consulenza.
Ma attribuisco responsabilità pesanti alle norme che impongono tali prassi ipocrite.

Scrive poi Michele Brunello: “ad agosto siamo stati nominati dalle imprese vincitrici progettisti per il progetto definitivo ed esecutivo dei lotti per i quali avevamo fatto la consulenza del preliminare”

Normalmente, grazie alla genialità del nostro legislatore, chi, ad esempio, vince un concorso di progettazione non può partecipare con un’impresa all’appalto integrato per redigere il definitivo e l’esecutivo del suo progetto preliminare.
Secondo il Codice tutti possono approfondire l’elaborazione di un preliminare tranne chi quel preliminare lo ha fatto.
Chi ha seguito la vicenda del Palazzo del Cinema di Venezia sa di cosa parlo.
Ma per La Maddalena questa aberrazione e’ stata facilmente scavalcata. Studio Boeri non aveva firmato il preliminare: aveva solo fatto una consulenza! Solo con questo escamotage gli e’ stato possibile proseguire con le altre fasi.
Naturalmente non si poteva esagerare. Guai ad affidare allo stesso progettista la direzione lavori o la direzione artistica. Rischieremmo di stabilire regole da paese normale.

In definitiva lo scenario che ogni giorno di più emerge dalla vicenda del G8 è desolante e rivela ancora una volta come il Codice degli Appalti sia una vera schifezza.

Una sola ultima notazione ai Boeri, ai 5+1, ai Cucinella ecc.
Ci piacerebbe molto, compatibilmente con i loro numerosi impegni accademici e professionali,  una partecipazione molto più attiva  - ed in tempi non sospetti  - alla faticosa battaglia che qualcuno conduce ogni giorno nel tentativo di cambiare le regole della progettazione nel nostro paese.

Francesco Orofino



BRAVO ALEMANNO!
Come Sindaco di Roma, mi appello al Capo dello Stato e ai magistrati che devono decidere sugli esiti di questa vicenda, dalla ricostruzione dei fatti emerge chiaramente che l'esclusione della Lista (...) deriva dalla sovrapposizione di forzature comportamentali e di rigorismi burocratici. Ma tutto questo, in ogni caso, non può far venir meno il diritto democratico degli elettori romani di esprimersi (…)”.
Nel caso specifico le regole vanno rispettate e il Capo dello Stato non c’entra, ma d’accordo: i rigorismi burocratici non devono soffocare il diritto ad esprimersi.
Il Ministro per la Semplificazione Normativa deve quindi abolire subito procedure improprie. Ad esempio, nelle gare e nei concorsi di progettazione vanno evitate esclusioni per rigorismi burocratici, riportando la verifica dei requisiti solo prima di formalizzare un incarico. È nella terza delle “condizioni per il buon esito dei concorsi” alle quali accenno nell’ultimo numero de “Il Giornale dell’Architettura”  (…)  
  1. Domanda ben posta
    Concorsi banditi solo se c’è un buon programma di progetto (occorrono programmatori, figure però quasi sconosciute in Italia) e se c’è certezza di risorse adeguate. Servono per esaminare alternative: buone risposte presuppongono idonee basi informative, chiare indicazioni su obiettivi perseguiti e prestazioni da soddisfare; effettivi spazi di libertà.
  2. No all’anonimato (qui occorre agire a livello europeo).
    Confronti fra candidati e giurie formate da pochi veri esperti e rappresentanze degli utenti; mostre prima, mostre/dibattiti dopo (perché chi giudica sia a sua volta giudicato). Inoltre la velocità di realizzazione non è solo efficienza: rende tutti interessati a un giudizio attento. Efficace una banca-dati internet con blog fra persone identificate: il monitoraggio di tutti i concorsi (nomi di candidati e giudici, cronogrammi, immagini, esiti).
  3. No a progettisti mecenati
    Semplici candidature (i preventivi adempimenti burocratici generano ricorsi) che motivino in grande sintesi eventuali aggregazioni e la volontà di partecipare al confronto; poi concorsi in un solo grado, retribuiti, ristretti fra soggetti disomogenei (per ampiezza di esperienze, competenza specifica, conoscenza dei contesti, età, ecc.), cioè mixing stimolanti e inevitabili rotazioni. (…)

Massimo Pica Ciamarra



Il 25 febbraio ACER e INARCH-Lazio s’interrogheranno sul regolamento dei Lavori Pubblici e sul cambiamento epocale che potrebbe derivarne. Un confronto preventivo sul blog http://www.inarch.it/blog può contribuire al successo dell’incontro.

Il Regolamento di cui circolano bozze non scardina la sostanza del Codice degli Appalti, figlio della cosiddetta Merloni, brutale introduzione di regole che fanno sì che, qui, qualità e velocità del costruire siano ancora molto distanti rispetto ad altre realtà europee. È del febbraio ’94 il “cambiamento epocale”. Nel bene, perché riconobbe il progettare come azione integrata elevandone la complessità e delineandone i principi; nel male, per troppi altri motivi: ha introdotto il RUP, ma ha evitato la regia unica del processo progettuale; ha generato la pretesa di concatenazioni conformi e progetti perfetti, necessari, ma in processi produttivi sostanzialmente diversi dall’edificare; ha reso conflittuali i rapporti fra soggetti chiamati a collaborare; ha irrigidito la separazione fra progettazione e costruzione.

Interazioni fra ruoli diversi sono preziose purché non intacchino quanto nel progetto è “opera d’ingegno” e contributo culturale. Saper trasformare è infatti tra le risorse sostanziali di una comunità; presuppone obiettivi integrati, risorse adeguate, valore del tempo, chiarezza di ruoli e vivacità di collaborazioni. La separazione fra progettazione e costruzione è come quella fra programma e progetto: certo é necessario corroderne le rigidezze, ma senza confusioni di ruoli fra chi domanda, chi progetta, chi autorizza, chi realizza e chi verifica.

Il Codice degli Appalti riduce ad aspetti mercantili opere pubbliche e processi di trasformazione urbana, si accontenta della qualità delle procedure; è incapace anche solo di definire la qualità dell’edificare, soprattutto in termini sociali e culturali. Nessun Regolamento potrà quindi sottrarlo alle sue carenze strutturali ed al sostanziale suo contraddire la risoluzione del Consiglio d’Europa che auspica “politiche esemplari nel settore della costruzione pubblica”. Il Codice degli Appalti contrappone interessi: non ha futuro perché al centro delle questioni ha posto mediazioni (quando non prevaricazioni) e non l’obiettivo della qualità diffusa degli ambienti di vita. Ne urge una rivoluzione.

Un’articolata campagna di pubblicità sociale può contribuire ad elevare la domanda di trasformazione. Di fronte a domande di progetto esigenti ed evolute, costruttori e progettisti non possono che essere sinceri alleati, e non da soli anche perché è soprattutto nei laboratori di ricerca dei produttori dei componenti che si sviluppa l’innovazione tecnologica. Fuori da ogni spinta corporativa quindi, tutti insieme perché nel nostro ordinamento nasca un Codice della Progettazione, semplice come impone la complessità delle azioni che deve regolare: dalla formulazione della domanda di progetto fino al collaudo dell’opera. Il Codice della Progettazione - strumento di una collettività cosciente di dover “crescere con arte” - non riguarda solo progettisti, industria e costruttori. Peraltro è la premessa per rivedere alle radici il Codice degli Appalti: speranza dell’improbabile, non utopia. Anche se lo fosse, comunque utopia sostenibile.

Prof. arch. Massimo Pica Ciamarra


In molti, nel corso dei secoli, si sono cimentati nell’arduo compito di elaborare una definizione per l'opera di Architettura.
Esiste a riguardo una bibliografia molto ampia.

Wiliam Morris, ad esempio, considerava l’architettura “l’insieme delle modifiche e delle alterazioni operate sulla superficie terrestre in vista delle necessità umane;  Nikolaus Pevsner affermava – nella introduzione alla sua storia dell’architettura europea -  che “una tettoia per biciclette è un edificio. La cattedrale di Lincoln è un’opera di architettura”.

Il legislatore italiano sembra aver finalmente risolto il problema ed eliminato ogni dubbio. Ha infatti stabilito con precisione, nel Regolamento di Attuazione del Codice degli Appalti, cosa mai possa voler dire opera “di particolare rilevanza sotto il profilo architettonico, ambientale, storico, artistico e conservativo, nonché tecnologico”.

La vicenda che ha portato a questa importante conquista è la seguente.

Il Codice degli Appalti prevede all'articolo 91, che “quando la prestazione riguardi la progettazione di lavori di particolare rilevanza sotto il profilo architettonico, ambientale, storico-artistico e conservativo, nonché tecnologico, le stazioni appaltanti valutano in via prioritaria l'opportunità di applicare la procedura del concorso di progettazione o del concorso di idee.”

Sino ad ora, però, pochi sapevano discernere in modo certo quali fossero queste opere e, quindi, in quali casi “valutare in via prioritaria”
Tale confusione ha fatto sì che il 94% degli incarichi di progettazione di opere pubbliche fossero affidati non tramite concorso ma tramite gare. Come biasimare le Pubbliche Amministrazioni? In fondo non era stata fatta chiarezza.

Il Regolamento di Attuazione del Codice, un araba fenice morta e risorta più volte negli ultimi tre anni, nella sua ultima versione in viaggio tra Consiglio di Stato e Corte dei Conti, sembra aver risolto il dilemma: all’art. 3, cui è affidato l’arduo compito di specificare le “definizioni”, si scopre che un’opera pubblica può essere definita di particolare rilevanza architettonica se esistono almeno due tra le seguenti condizioni (attenzione: non una ma due!):

1.utilizzo di materiali e componenti innovativi.
2.processi produttivi innovativi o di alta precisione dimensionale e qualitativa;
3.esecuzione in luoghi che presentano difficoltà logistica o particolari problematiche geotecniche, idrauliche, geologiche e ambientali;
4.complessità di funzionamento d'uso o necessità di elevate prestazioni per quanto riguarda la loro funzionalità;
5.esecuzione in ambienti aggressivi;
6.necessità di prevedere dotazioni impiantistiche non usuali.


Sorpresa: dalle sette invarianti di zeviana memoria siamo passati ai sei "elementi" del Regolamento.
L'analisi da compiere su questa norma non riguarda nemmeno il tema dei concorsi, dell'opportunità o meno di ricorrere a questo strumento più o meno giusto per produrre qualità.
Il problema posto è molto più generale e riguarda un vero e proprio ribaltamento culturale nella storia dell'architettura.

Noto, prima di tutto, che è necessario da parte della Pubblica Amministrazione saper valutare prima che tipo di materiali o di processi produttivi impiegare in quella scuola, quella nuova piazza, quel centro sociale per cui occorre decidere la procedura di affidamento di incarico.

In seconda istanza, se sto per affidare un incarico di progettazione di un intervento di edilizia residenziale pubblica (per fare un esempio), devo essere consapevole che questa non potrà in alcun modo essere considerata opera di architettura se:

1.non userà rivestimenti di facciata in titanio (se pensate di usare mattoni a faccia vista sappiate, cari colleghi, che state progettando edilizia di base)
2.non è ubicato in un'area con problemi geologici, idraulici ecc. (non importa se l'intervento è collocato al centro del colonnato di San Pietro. La complessità storico-architettonica del contesto non è una criterio valido)
3.non prevede articolazioni funzionali particolarmente complesse (nel caso in esame alloggi girevoli, corpi scala telescopici, camere da letto a fisarmonica)
4.non richiede l'installazione di una piccola centrale nucleare per la produzione di energia e sistemi impiantistici "non usuali" (non basta che ci sia qualche pannello solare o fotovoltaico che potrebbero oramai essere considerati del tutto "usuali")
5.non debba essere realizzato in ambienti aggressivi( su questo punto non riesco ad elaborare un commento perchè l'unica aggressività che mi viene in mente è quella che provoca la lettura di questa norma).


Potremmo divertirci a "far reagire" molte altre categorie di opere pubbliche con questa griglia di criteri.

La domanda sorge spontanea: ma chi ha scritto questa norma? Un geologo, un impiantista, un architetto, uno storico, un restauratore?

Pensavamo che il Codice degli Appalti rappresentasse, per la qualità della progettazione nel nostro paese, il punto più basso della produzione legislativa ma il suo Regolamento di Attuazione, se resta quello che abbiamo letto, ci smentisce.

Con buona pace di chi, per il suo compito istituzionale, è seduto ai tavoli di concertazione in cui si discutono queste alte definizioni di Architettura.

arch. Francesco Orofino
da n.1 - 11/16 gennaio 2010  Progetti e Concorsi - rivista de Il Sole 24Ore


La Conferenza di Copenhagen, ha esaltato le differenze di approccio ai temi climatici e ambientali fra i 192 paesi nell’ONU: interessi contrapposti e diverse speranze di futuro. Le proposte di riduzione delle emissioni di gas serra nei prossimi dieci anni oscillavano fra 15-17% (Australia, USA) e 42-45% (Brasile, Cina). Un effettivo accordo non si è raggiunto, ma è a tutti più chiara l’urgenza di politiche coordinate, azioni disomogenee e al contempo integrate.
Quasi metà delle emissioni di CO2 in Stati Uniti o Europa sono prodotti da città e territori urbanizzati. Al XXIII° World Congress of Architecture, riferendosi ai caratteri dei contesti italiani l’INARCH ha argomentato l’esigenza di “Crescere con arte”; sei mesi dopo “le Carré Bleu” -con ottica planetaria- ha proposto un progetto di “Dichiarazione dei Doveri dell’Uomo” relativi all’habitat e alle diversità degli stili di vita. Affermazioni di principio da corroborare con progetti e realizzazioni esemplari. Anni fa in Italia si pervenne al “Codice concordato di raccomandazioni per la qualità energetico ambientale di edifici e spazi aperti”, datato, ma tappa significativa verso questioni ormai indifferibili, a metà ‘900 poste con forza da Richard Neutra in “Progettare per sopravvivere”, riemerse con la crisi energetica del 1973, base degli impegni a Rio poi del protocollo di Kyoto. Immediatamente dopo la crisi del ‘73 l’architettura si pose “alla ricerca delle informazioni perdute”: molto si è fatto in questa direzione e “la sostenibilità sostiene l’architettura” resta uno slogan efficace. Ormai però non basta pensare a costruzioni a basso consumo energetico o ecocompatibili. Non basta mitigare i loro effetti sull’ambiente: si impongono decise inversioni di tendenza sostenute da tecnologie ed innovazioni anche di processo.
Dopo la “presa d’atto” di Copenhagen, come devono trasformarsi i nostri habitat ?
“Per un’architettura e un arte frugale” -il Convegno internazionale programmato per fine gennaio dalla Fondazione Zevi- sembra contrapporre la ricerca architettonica (che “reagisce allo spreco prodotto dall’iperconsumismo indicando soluzioni sostenibili per il futuro di ampie fasce di popolazione del pianeta”) a quella promossa dall’industrializzazione edilizia: contrapposizione da evitare se e dove si verifica (indiscriminati incentivi ai veicoli individuali ne sono esempio indiretto). Comunque “crescere con arte” significa “decrescita” (cioè ridimensionare la domanda, ridurre i fabbisogni, ridurre la richiesta di energie esterne; ridurre il consumo di suolo; ridurre esigenze di mobilità e modificarne modalità; utilizzare risorse locali, modificare gli stili di vita, ecc.) e spinge ogni singola trasformazione ad entrare a far parte di insiemi più ampi privilegiando aspetti ambientali, questioni paesaggistiche, stratificazioni e memoria dei territori. Queste azioni integrate hanno aspetti particolari dove forza dei contesti e preesistenze non consentono unità autonome, scacciano astratte utopie imponendo un “costruire nel costruito” di straordinario interesse.  Interagiscono questioni diverse :
-   temi territoriali ed urbani : fermare disboscamenti, o meglio ampliare o introdurre aree boschive preferendo essenze ad elevato assorbimento di CO2; fermare l’urban sprawl; ridurre il consumo di suolo non solo per motivi agricoli: elevare la densità abitativa non è fattore negativo, ma risorsa e spinta all’abbandono di modelli obsoleti; affrontare la complessità dei sistemi compatti e trarne vantaggio inducendo modifiche a comportamenti, gesti quotidiani, stili di vita; affrontare in forme nuove le questioni della mobilità; attivare articolate politiche dei rifiuti, autoproduzione energetica (non solo riduzione di consumi, ma riuso di quanto viene prodotto: la "scoria" come risorsa). Nel suo essere “a scadenza” anche il cosiddetto “Piano casa” -dannoso perché incentiva interventi autonomi e privi di logiche di scala superiore- può produrre effetti positivi: innalza le densità riducendo la domanda di espansione. Nelle aree dismesse -o su parti di città sufficientemente ampie, innervate da nodi del trasporto collettivo- vanno sperimentate aggregazioni innovative, integrate anche in termini funzionali, sostenute da speciali mobilità. Oggi peraltro si vorrebbero integrare sistemi di trasporto e reti energetiche; si ipotizzano “piani dei tempi” delle città; si diffonde la logistica; si delineano pavimentazioni stradali fotovoltaiche, sistemi notturni di illuminazione pubblica sensibili, modulabili o addirittura on-off, …
-   mobilità : in Italia gli ingorghi cittadini non solo hanno costi esterni dell’ordine di un punto del PIL, ma di fatto impediscono il diritto individuale alla mobilità. La mobilità urbana grava sul sistema sociale in termini di inquinamento atmosferico ed emissioni di gas serra, di inquinamento acustico, di congestione e incidenti da traffico: riduzioni delle necessità di spostamento -oltre che con innovazioni tecnologiche- sono favorite da intrecci funzionali, mitigazioni dello zoning, compresenza di luoghi di lavoro e strutture commerciali, sociali e ricreative, distanze brevi. In Francia l’«Institut pour la ville en mouvement» -forte di un Comitato scientifico internazionale- continua a riflettere su questi temi. In Germania parte H2-Mobility, settoriale ma efficiente dal 2011. Negli Emirati è in avanzata costruzione Masdar City -zero emissioni, zero ...- : sperimentazioni ormai un po’ dovunque, nei paesi ricchi come in Cina, in Bolivia o Equador.
-   costruito, materiali e componenti : zero emissioni, basso consumo di energia (sempre che gli edifici non ne siano essi stessi produttori); raccolta dell’acqua piovana e ciclo delle acque; studio di orientamenti e ombre portate; uso sapiente di vegetazione e “orti urbani” (comunque spazi aperti annessi ad ogni alloggio); raccolta/riciclo/riuso dei rifiuti; attenzione ai processi costruttivi; utilizzo di materiali riciclabili a bassa emissione di carbonio, corretti sotto il profilo energetico anche in fase di produzione (dai cementi fotocatalitici che assorbono CO2 o quelli futuri -forse vicini- che addirittura la trasformano in materiale di costruzione, ai materiali che la catturano …); ...automazione, domotica, robotica, teleriscaldamento, “pareti luminose”, luce e ventilazione naturale degli spazi nell’ottica del benessere e risparmio energetico. Nello stesso tempo compresenze, flessibilità funzionale, forme di aggregazione che favoriscano rapporti sociali e integrazioni funzionali.
 
Come è impensabile un piano urbanistico sordo agli aspetti paesaggistici, così sono intollerabili trasformazioni disattente ai tempi lunghi, anche i più lunghi. Oggi si cercano tecnologie per cattura e stoccaggio dei gas serra, ma tecnologie e soluzioni urbanistico-architettoniche da sole non bastano: per un “KO-CO2” occorre indurre anche cambiamenti nei comportamenti e nei consumi, incoraggiare stili di vita sostenibili nel rispetto delle diversità culturali. Quindi azioni simultanee su contesto, prodotti e servizi; e ancora su abitudini, convinzioni e rete sociale degli abitanti.

Resta una questione generale. Non riguarda solo l’habitat, per sua natura sedimentazione di interventi diversi, tantissimi: ogni singola azione è parte di questi processi, ogni segno materializza un pensiero distinto. Questo susseguirsi di alterazioni esige libertà e regia simultanee, cioè integrazione perché se singoli obiettivi e azioni individuali non contribuiscono al miglioramento della condizione umana prevale il degrado. Più alta è l’interazione -innanzitutto fra i programmi, poi certo fra le singole azioni- più ci si avvicina a “contiguità di elementi discontinui che non sembrino effetto del caso” ma orientate verso obiettivi comuni. La mutazione è mentale prima che tecnologica: software per gestire l’immensa mole di informazioni sono in rapidissima evoluzione. La complessità da tempo è trasformata da ostacolo in obiettivo.
La “presa d’atto” di Copenhagen contribuisce a costruire un nuovo immaginario, impone una svolta.
Spinge a trasformare i nostri habitat verso “zero-emissioni, zero-energia, zero-rifiuti”, pertanto ad agire -nel gestire, oltre che nel programmare, nel pianificare e nel concreto trasformare- attraverso elevate forme di integrazione ed interazione.

Massimo Pica Ciamarra
Vicepresidente IN/ARCH


Aspettavamo con ansia - e con qualche preoccupazione - il Decreto del Governo sulla semplificazione delle procedure edilizie annunciato nella primavera scorsa come il secondo pilastro del Piano Casa.
Di quel decreto era circolata qualche bozza di testo non molto rassicurante.

In molti ci siamo chiesti in questi mesi che fine avesse fatto questo provvedimento.

Pochi giorni fa l'ANCE ha ribadito l'insufficienza dei provvedimenti regionali per ridare slancio all'edilizia e ha chiesto di approvare rapidamente le modifiche al Testo Unico.

Il Vice Presidente della Camera, Maurizio Lupi, ha offerto ampie garanzie dichiarando, proprio nel corso di un convegno organizzato dai costruttori: "la semplificazione delle procedure del piano casa è un'emergenza nazionale".

Ma, cogliendo tutti di sorpresa, il Governo, per ora, non ha approvato quel Decreto ma ha stralciato alcuni suoi contenuti e li ha inseriti in un DDL omnibus intitolato Disposizioni in materia di semplificazione dei rapporti della Pubblica amministrazione con cittadini e imprese e delega al Governo per l'emanazione della carta dei doveri delle amministrazioni pubbliche presentato dai ministri  Brunetta e Calderoni.
Un DDL approvato in via preliminare dal Consiglio dei Ministri il 12 novembre scorso.

Se leggiamo l'articolo 7 del provvedimento ci accorgiamo che viene modificato il DPR 380/01. Vengono ridefinite le attività edilizie libere, non soggette, cioè, neanche a D.I.A.
In particolare la novità è rappresentata dalla opere di manutenzione straordinaria per le quali non è più richiesto alcun titolo abilitativo a patto che "non riguardino le parti strutturali dell'edificio, non comportino aumento del numero delle unità immobiliari e non implichino incrementi degli standard urbanistici".

Il DDL si preoccupa, tuttavia, di rendere obbligatoria, per chi si accinge a ristrutturare la casa o l'ufficio, la comunicazione ? anche per via telematica ? dell'impresa a cui si intende affidare i lavori.
In questa nuova dinamica semplificata la figura del tecnico progettista è del tutto scomparsa, non deve essere comunicata perché se ne può tranquillamente fare a meno.

Chiariamo subito che siamo i primi sostenitori della necessità di inserire forme di forte semplificazione e accelerazione delle procedure edilizie che, nel nostro paese, sono imprigionate nelle sabbie mobili di un sistema normativo farraginoso, inutilmente complicato, contraddittorio, che trasforma spesso l'iter autorizzativo in una odissea senza fine.
Ben vengano dunque tutti i provvedimenti che aiutano a sbrogliare questa matassa.
Santo subito il ministro Brunetta per aver inserito all'articolo 14 del DDL la delega al Governo per adottare norme che obblighino le amministrazioni pubbliche ad accettare domande, dichiarazioni, comunicazione, elaborati tecnici in modalità telematica ed ad inoltrare tutta la documentazione necessaria ad altre amministrazioni sempre per via telematica. L'Ordine degli Architetti di Roma si batte da anni per questi obiettivi, ha anticipato i tempi con il progetto della scrivania virtuale, ha siglato accordi con singole amministrazioni pubbliche per rendere operativi i sistemi di firma digitale, di posta certificata, di inoltro telematico delle pratiche edilizie e di controllo telematico degli iter burocratico-autorizzativi.

Ma ciò detto, siamo sicuri che aver reso del tutto inutile la figura del tecnico progettista negli interventi di manutenzione straordinaria sia la panacea di tutti i mali?
Quale sarà il soggetto in grado di verificare e certificare che una manutenzione straordinaria non incide su parti strutturali dell'edificio? A chi è affidato il controllo del rispetto - considerato comunque obbligatorio dall'articolo 7 del DDL - di normative antisismiche, di sicurezza, igienico-sanitarie, di efficienza energetica, delle prescrizione del Codice dei Beni Culturali?
Da quanto si coglie dalla lettura della proposta di legge, per il Governo tutto ciò è assicurato dalla semplice accoppiata committente-impresa. All'Amministrazione Pubblica servono questi due soggetti, il resto è esornativo.
La vera semplificazione per cittadini e imprese nei rapporti con le amministrazioni consiste, in questo caso, nell'eliminazione della figura del tecnico abilitato.
Butterò giù muri "non portanti" - o presunti tali - aprirò varchi, realizzerò, trasformerò, sposterò impianti tecnologici ecc. in assoluta autonomia. Non posso certo improvvisarmi muratore, idraulico, elettricista perché ho l'obbligo di comunicare il nome di un'impresa esecutrice.
Posso improvvisarmi progettista, esperto di strutture, impianti o normative urbanistiche.
In fondo - per il legislatore - opere di questo tipo sono equiparabili tranquillamente ad una pavimentazione di spazi esterni  o alla posa in opera di elementi di arredo delle aree pertinenziali degli edifici.

Significativo è un brano dell'articolo apparso sul SOLE24ORE domenica 15 novembre che recita: "la presenza di un tecnico abilitato e di un progetto per le opere di minore importanza non è indispensabile, mentre, solo per le manutenzioni straordinarie o assimilate, quali la realizzazione di nuovi bagni, è necessario indicare l'impresa esecutrice".

A cosa mai servirà l'inutile "relazione a firma di un progettista abilitato", gli "opportuni elaborati progettuali", le asseverazioni della "conformità delle opere da realizzare agli strumenti urbanistici adottati o approvati ed ai regolamenti edilizi vigenti, nonché il rispetto delle norme di sicurezza e di quelle igienico-sanitarie" ?  

Come non capire che è molto più importante (sic) la presenza del tecnico abilitato se divido un appartamento in due unità immobiliari distinte, procedimento per cui il legislatore si preoccupa di rendere obbligatoria la DIA con tutte le procedure conseguenti.

In fondo nel nostro paese non è mai successo che crollasse un palazzo in conseguenza di una manutenzione straordinaria disinvolta.
O no?


Francesco Orofino
Consigliere Ordine Architetti Roma

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>> Leggi il ddl Brunetta


Mr. Michel Fourcade
Maire de Pierrefitte
Hôtel de Ville, 93380

Et

Mr. Nicolas Sarkozy
Président de la République
Palais de l'Elysée, Paris 75008

SAUVONS LES POÈTES DE PIERREFITTE!
Empêchons l'irréparable!

Le permis de démolir de la première tranche des 440 remarquables HLM du quartier des Poètes à Pierrefitte sur Seine a été signé par M. Fourcade, maire PS, le 27 avril 2009, avec l'appui de Daune, architecte nécrophage, de Braouezec et Marceau, archétypes des Grands Corps malades de la bureaucratie. Aucun argument sérieux n'est présenté pour justifier

Une forfaiture financière: la réhabilitation préparée pendant des années par la ville ne coûtait que 15 millions d'Euros, la démolition proposée par Borloo et Sarkozy 180  payés par nos impôts!

Un forfaiture sociale: 440 HLM de vingt ans, même pas encore amortis, vont être démolis, leur locataires dispersés. Les logements vides sont dévastés par les gestionnaires! Il ne sera reconstruit que 130 HLM, alors que les politiciens versent des larmes de crocodile sur le sort des mal logés!

Une forfaiture démocratique: 800 locataires, la totalité des habitants ont signé en 2004 une péti-tion demandant la réhabilitation, refusant la démolition. Toutes les pressions ont été utilisées pour leur faire accepter un relogement et pour empêcher que s'exprime l'information (les médis sont muets) et la protestation démocratique

Une forfaiture culturelle: les deux quartiers Desnos et Brassens sont des expériences urbaines ra-res et précieuses, à l'avant-garde de la recherche architecturale en 1980 : le quartier est piéton, pro-tégé des nuisances sonores de la RN1, chaque logement a un plan original, jamais répétitif, il di-spose d'une terrasse avec trente centimètres de terre végétale où faire pousser un jardin, le quartier dispose d'un centre commercial et culturel intégré, d'un séjour urbain avec un jardin exotique, etc. Le nouveau projet municipal est une régression affligeante de débilité!

UN FORFAIT RACISTE:
  80% des locataires étaient originaires du Sud, après leur dispersion, il manquera globalement pour les migrants 400 HLM dans le parc du 93!


Il Presidente IN/ARCH
Adolfo Guzzini


IL CIGNO NERO         

Fa parte di un ramo distinto della famiglia dei cigni, ma il "cigno nero" è diventato sinonimo di un evento improbabile (2) -secondo l'economista libanese-americano Nassim Taleb- imprevedibile e che spinge a giustificare a posteriori la sua comparsa perché diventi meno casuale di quanto non sia. In edilizia, nelle trasformazioni del territorio, la qualità oggi non solo è un "cigno nero", ma sembra anche un mistero: ambizione diffusa ed al tempo stesso astratta; risposta imprevedibile a un'esigenza sentita, ma di fatto inespressa.
La qualità deriva da intrecci meravigliosi: da anni se ne tenta una legge, dovunque incontri e convegni perché i progetti di architettura, le trasformazioni urbane, mettono in gioco il futuro. (3) Obiettivo è far si che questa qualità da evento improbabile si trasformi in condizione diffusa. (4) Mi pongo tre interrogativi:
-    la qualità dell'edilizia e delle trasformazioni urbane è un'esigenza primaria o è un optional ?
-    cosa è, come può definirsi questa qualità ?
-    è possibile definire gli indicatori di questa qualità o almeno una griglia di supporto alle valutazioni ?

1.    Il primo è solo in apparenza retorico. (5) Anche la Costituzione -lì dove in uno stesso articolo afferma che la Repubblica tutela il paesaggio ed il patrimonio storico e artistico della Nazione e promuove lo sviluppo della cultura- sembra porre la qualità delle trasformazioni fisiche ed ambientali su un piano analogo a quello di altri diritti/doveri dei cittadini, come l'accesso all'informazione, la sicurezza e via dicendo. Poiché questa qualità è fattore di benessere, di equità, di solidarietà -oltre che presupposto per lo sviluppo economico- bisogna convenire che è un'esigenza primaria, non è assolutamente un optional.
Ho detto "questa" qualità, perché "qualità" è una parola che designa cose anche molto diverse, ricca di ambiguità, implica riconoscimento collettivo e soddisfazione degli utenti. Che un'amministrazione, una scuola, una fabbrica o, in edilizia, uno studio di progettazione o una impresa di costruzioni abbia la "certificazione di qualità" significa che opera seguendo procedure prestabilite, specifiche ma nel rispetto di principi fissati da accordi internazionali. Sono quindi certificate le sue procedure, certo non suoi prodotti. Ancora ho detto "questa" qualità perché ad esempio è diverso parlare di qualità di un'Università -calibrare i parametri di valutazione della sua produttività, della didattica, della ricerca e dei suoi rapporti internazionali- o invece ragionare su come determinare condizioni (ex ante) perché un edificio (ex post) abbia qualità.

2.    Secondo interrogativo: cosa è, come può definirsi questa qualità? Con la filosofia sistematica (per la quale ogni parte si concatena al tutto, presuppone la precedente ed implica la successiva) per gli antichi greci la qualità era tutto: oggi solo definirla sembra inverosimile. La qualità dell'edilizia e delle trasformazioni urbane è indefinibile o, come in altri settori, anche questa qualità è "rispondenza a requisiti prestabiliti"? (6) Se è indefinibile non ha senso discuterne: comunque, pur se difficile da definire, va sottratta al mistero che la circonda. In "Complexity and Contradiction in Architecture"(1966) Robert Venturi distingue le opere di ingegneria -ad esempio un razzo per la luna, chiaro negli obiettivi e complesso nelle tecnologie- dalle opere di architettura che utilizzano tecnologie al paragone semplici e che -anche se si tratta di una sola casa- per loro stessa natura sono complesse e contraddittorie negli obiettivi. Anche per questo -nel tentativo di sottrarla al dilemma del suo essere soggettiva o oggettiva- (7) la qualità in edilizia e nelle trasformazioni urbane va disaggregata ed in almeno cinque aspetti diversi: qualità del programma di progetto, qualità di concezione, qualità tecnologica, qualità di realizzazione, qualità di gestione e d'uso.
    (8) Questi distinti aspetti hanno radice comune: presupposto della qualità edilizia e delle trasformazioni urbane è infatti la domanda, poi occorre la capacità di soddisfarla. Finché la domanda non si evolve, finché è primordiale, ogni anello della catena che porta al prodotto finito lavora per proprie ottimizzazioni, introduce semplificazioni secondo ottiche settoriali, mentre la qualità richiede integrazioni. È l'utente che alla fine muove il mercato: se non è esigente, se non sa domandare, la macchina degli esperti lo stritola, i semplificatori terribili lo convincono, il prodotto non ha qualità perché i requisiti cui doveva rispondere erano generici, insoddisfacenti, magari ridotti a sole esigenze funzionali non importa se primordiali o sofisticate. La stessa diretta risposta a domande funzionali non è garanzia di qualità perché il mutare delle esigenze è una costante, sempre più accelerata: le ragioni di un progetto vanno cercate altrove.
(9) Alcuni requisiti sono fissati da norme, sono standard progressivamente in evoluzione; sono "patti sociali". Riguardano sicurezza, stabilità degli edifici, consumo di energia, inerzia delle pareti, illuminazione naturale, ventilazione, acustica, protezione dalle scariche atmosferiche, assenza delle cosiddette "barriere" e così via. Per i requisiti di questo tipo -misurabili- il sistema normativo si esprime attraverso fattori numerici, peraltro settoriali ed a volte inconsapevoli dei danni che a volte possono produrre. Oggi sembra che tutto sia da ricondurre a questioni misurabili, che si possa rinunciare a pensare, mentre prima di sprofondare nell'estremismo scientifico si era soliti pensare, non solo calcolare. Comunque quanto risponde a esigenze funzionali od è fissato da norme è pre-requisito. Non vale invocarlo, nemmeno il Papa all'Aquila può limitarsi a dire "mi raccomando, costruite case solide": ci saremmo aspettate raccomandazioni a costruire dando senso sociale, a formare paesaggi sensibili, a migliorare la condizione umana o espressioni simili.
(10) Nel gennaio 2000 -in quei giorni era in corso un Congresso INARCH- Londra era invasa dalle polemiche sul "Dome" mentre da noi mancava un moto popolare di sdegno per il fatto che (11) la "porta d'ingresso" del paese -già attiva da un anno, il più brutto aeroporto d'Europa- oscurasse le capacità del sistema Italia mostrando al mondo come le nostre regole avallino mancanza di creatività e analfabetismi tecnologici. Dopo 9 anni e mezzo, giorni fa leggo su "Repubblica" che un sondaggio giudica negativamente l'aeroporto di Malpensa. Buon segno, gli utenti si svegliano.
(12) Al di là di quanto espresso dalla domanda, la qualità di un progetto è anche nella risposta ad ambizioni inespresse, quindi nella capacità di chi progetta di comprendere i contesti, intuire opportunità, introdurre imprevisti. Normalmente chi domanda esprime esigenze, punta a soddisfare i propri bisogni (al massimo chiede flessibilità, trascende esigenze immediate) e ad utilizzare al meglio le risorse disponibili, (13) Quando è un singolo, quando non esprime una domanda collettiva -spesso però anche in questi casi- chi domanda non punta anche alla "superindividualità" del prodotto, che è tutta in aspetti non misurabili ed è requisito primo della qualità.
Nella visione tradizionale il progetto deriva da interazioni fra tre figure: committente / progettista / realizzatore. È però fortemente condizionato anche da normative, intrecci burocratici, cultura di contesto. Sembra un paradosso, ma la qualità del progetto non è invece condizionata dalle risorse a disposizione, sempre che queste consentano di rispondere con opportuno margine ai requisiti prima indicati come misurabili. (14) Infatti i requisiti misurabili costano, mentre i requisiti "non misurabili" sostanzialmente non costano: richiedono procedure appropriate e soprattutto cultura, sia in chi domanda che in chi risponde. I requisiti "non misurabili" si concentrano nella domanda e quindi nel programma di progetto, poi nella sua fase di concezione, si concentrano cioè nei primi due aspetti della qualità di un progetto: (15) per questo la procedura basilare per la qualità dell'edilizia e delle trasformazioni urbane è quella del confronto fra alternative o dei concorsi di progettazione che proprio per questo non debbono mai avere a base progetti preliminari vincolanti.
Le regole non garantiscono buone architetture, ma possono renderle probabili, meno probabili od improbabili; né hanno senso architetture "di qualità" in contesti urbani e territoriali che si evolvono in termini impropri generando artificiose mobilità, erodendo il suolo, dissipando energia, inquinando. Per questo è necessario saldare visione strategica, piani e progetti. Il nostro apparato normativo ostacola l'obiettivo della qualità -costantemente affermato mentre le regole continuano a svilupparsi in risposta altri interessi- e presenta anche falle paurose. (16) Un esempio per tutti, la cosiddetta superDIA introdotta nel 2001. A valle di "permessi a costruire" o "conferenze dei servizi" che abbiano esaminato ed approvato "un cigno nero" -un progetto convincente- la superDIA consente di banalizzare ogni cosa; è paradigmatica di una collettività che rinuncia al controllo: l'OK iniziale può trasformarsi in KO di un intervento, specie dei suoi linguaggi espressivi.  
(17) Tendere alla qualità diffusa non significa pretendere che ogni singola costruzione sia bella. Deve non inquinare, essere energeticamente consapevole, durevole e così via, ma soprattutto è sufficiente che abbia senso e sia partecipe dell'insieme. Nodo fondamentale, la sua qualità sociale e politica: da qui l'esigenza di trasformazioni urbane frugali, espressioni di stili di vita sobri. La capacità di un intervento di entrare a far parte dell'ambiente, dei paesaggi naturali o artificiali, nella sequenze di stratificazioni che qualificano i territori, il suo essere parte prima che individuo è il primo passo alla ricerca della qualità diffusa. In altre parole, ogni intervento non deve mai esaurirsi in se stesso: deve apportare valore all'insieme, deve esprimere soprattutto superindividualità: questione sostanziale specie quando si ha a che fare con interventi di ampia scala con sempre più frequenti implicazioni che un'ottica settoriale definisce urbanistiche.

 3.    (18)  Il terzo interrogativo è ancora più complesso: al di là degli aspetti misurabili e progressività prestazionali, sono possibili assunti condivisi, codici o decaloghi che riguardino gli aspetti "non misurabili" della qualità edilizia e delle trasformazioni urbane? Si possono individuare alcuni indicatori, magari attraverso analisi di esempi positivi? si può immaginare una griglia di supporto alle valutazioni?
Ogni codice è pericoloso, ma alcuni assunti sono basilari. Certo non è pensabile controllare linguaggi espressivi che peraltro -lo evidenziavo prima- l'attuale sistema normativo non protegge. Nel nostro tempo, nel nostro contesto, nella nostra cultura, ormai però è impossibile negare che una trasformazione non abbia come prioritari i temi ambientali e quelli paesaggistici e che non debba porsi all'interno delle sequenze di stratificazioni che caratterizzano qualsiasi contesto. (19) Questo significa che la "sostenibilità" -in ogni senso ed in ogni sua sfumatura- è ormai assunto comune e che è innegabile l'esigenza di perseguire "superindividualità" in qualsiasi intervento. Il diritto a costruire non coincide con il diritto a soddisfare esigenze settoriali: nessun intervento è ammissibile se non apporta un dono all'insieme del quale entrerà a far parte. Quindi innovazioni, ma dialoghi con il contesto; attenzione ai principi strutturanti di ogni trasformazione, attenzione all'"armatura della forma" più che ai "linguaggi espressivi"; integrazioni, rifiuto di ogni ottica settoriale, visioni dinamiche ed interattive.
(20) Vale la certezza normativa, indici espressi in mq.n.u./mq. perché non siano espulse funzioni né siano sollecitati progetti come tentativi di interpretare normative o progettisti scelti perché abili in azioni di lobby. Valgono forme di elaborazione e comunicazione chiare, discussione pubblica per i progetti di maggior rilievo quando è opportuna la valutazione della collettività che dovrà accogliere una trasformazione. La qualità diffusa più che azioni "ex post" -premi, riconoscimenti o quant'altro- pretende azioni "ex ante" ed "in itinere", richiede premesse normative (per via di togliere, più che per aggiunte) e forme di accompagnamento nella fase d'impostazione, più che forme di controllo. Non sono sufficienti riconoscimenti ex post alle opere di qualità, anche se si dovrebbe pensare ad incentivi per le opere che ottengono riconoscimenti ad esempio dalla PARC o dall' INARCH.

(21) Dal gennaio 2001 una risoluzione europea spinge gli Stati a "promuovere la qualità architettonica attraverso politiche esemplari nel settore della costruzione pubblica". Gran parte dei nostri ospedali, delle scuole, degli spazi di formazione recente però a dir poco preoccupa. Nel nostro sistema perfino il principio di concorrenza introdotto a Maastricht alimenta equivoci: addirittura confonde gare e concorsi, cioè confronti numerici e giudizio critico. Inoltre spesso le verifiche ex ante (la validazione del progetto) ed ex post (i collaudi) si riducono ad azioni burocratiche. La qualità diffusa poi non può limitarsi alle opere pubbliche, solo 1/5 della spesa totale.
(22) In Italia abbiamo molte "autorità garanti": della concorrenza e del mercato, per la protezione dei dati personali, per l'energia elettrica ed il gas, per la vigilanza sulle assicurazioni e sullo sciopero nei servizi essenziali. All'Autorità di Vigilanza sui Lavori Pubblici potrebbe affiancarsene una sui lavori privati, con articolazioni regionali e locali. Soprattutto alla cultura del rispetto delle regole (basata sulle norme) dovrebbe affiancarsi una cultura etica (basata invece su giudizi). Certo il "non misurabile" ammette diversità di opinioni. Per valutare la qualità ex post vanno benissimo commissioni e premi, ma la questione prioritaria è come determinare condizioni favorevoli a che esista e come valutarla ex ante. Per questo -al di là di sostanziali mutazioni normative- sono utili principi condivisi, meglio pochi; forme chiare di comunicazione e conoscenza, pre-visioni oggi supportate da tecnologie di simulazione evolute; in ultimo, ma non ultima, autorevolezza di chi giudica. In questo modo soggettività ed oggettività possono avvicinarsi, ed al limite coincidere?
Comunque, dove la qualità è esigenza primaria, la sua assenza trova sanzione nel mercato. Per questo ne è principale garanzia una domanda colta ed evoluta.
(23) Leggo da Wikipedia: "un tempo sconosciuto, il Cigno nero -originario dell'Australia, perseguitato dagli aborigeni che lo ritenevano alleato del diavolo- oggi nidifica in consistenti colonie; per la sua eleganza è stato introdotto in parchi, laghetti e corsi d'acqua  in Europa e Nuova Zelanda. In Italia è occasionale". (24)
       

Massimo Pica Ciamarra
intervento al Convegno ANIAI-INARCH    "La qualità dell'edilizia nelle trasformazioni urbane", Istituto Italiano per gli Studi Filosofici - Napoli 19.06.09


UN NUOVO PATTO CON IL TERRITORIO

0 - A seguito degli eventi calamitosi de L'Aquila, il tema della qualità architettonica ha assunto nuove connotazioni che rendono insignificante, sin dal titolo, qualunque "Legge per l'architettura".
Nella scorsa legislatura, attraverso l'opera di alcuni soci, l'Inarch ha contribuito alla stesura di un progetto di "Legge quadro in materia di valorizzazione della qualità architettonica e disciplina della progettazione, recante una delega al Governo per la modifica del codice dei contratti pubblici" (d.d.l. Zanda).
Questo d.d.l. mi pare ormai il giusto riferimento per ogni nostra successiva azione propositiva, tenuto conto che esso si discosta notevolmente dalla sfibrata sequenza di "Leggi per l'architettura" che, per la loro stessa collocazione ministeriale, non possono non risultare, come accade oggi al d.d.l. Bondi, documenti limitati e poco incidenti sulla complessità dei fattori che ostacolano l'invocata qualità.
In generale, ritengo che incardinare la Legge per l'architettura nel Ministero BB.CC. sia stato un errore grave e ripetuto, perché colà prevale quella cultura storico/letteraria che è proiettata verso l'oggetto artistico (cioè verso un'eccellenza convalidata dal tempo e dalla critica d'arte) mentre a noi interessa una produzione diffusa di qualità, cioè una diffusa produzione di oggetti a valenza estetica, non necessariamente artistica.
Il d.d.l. Zanda ha un respiro ampio perché il suo ambito di applicazione riguarda tutti i progetti di trasformazione del territorio, inteso nell'accezione più ampia possibile; ed inoltre, perché non si applica alle opere ma ai processi della loro realizzazione, che oggi rappresentano i veri ostacoli alla qualità dell'architettura, a partire dal Codice degli appalti.
Se la prospettiva che si vuole assumere ora è quella dei processi programmatori e realizzativi, anziché dei loro esiti, il d.d.l. Zanda può essere agevolmente integrato con norme specifiche che riguardino aspetti sinora poco considerati o trascurati, come la prevenzione dei rischi, qualunque sia la loro natura.
Riflettere sulla vicenda aquilana con questa finalità mi sembra un esercizio tanto utile quanto doveroso perché sposta la riflessione verso una dimensione etica, riassunta in una serie di principi generali che potranno essere desunti da fatti concreti e successivamente articolati in atti normativi specifici.

1 - Mi sembra che la vicenda aquilana, come le tante che l'hanno preceduta (e delle quali l'Amministrazione non conserva memoria alcuna), si collochi perfettamente nella storia materiale dei territori italiani.
Trasformazioni produttive, interessi economici e politici, pressioni lobbistiche, migrazioni interne ed esterne, congestione e globalizzazione, ecc. hanno indotto nel tempo profonde modificazioni in quelle antiche consuetudini d'uso del territorio che erano capaci di interpretare i caratteri fisici e culturali dei siti e altrettanto capaci di indurre comportamenti responsabili, compatibili con la speciale natura che distingueva il "Bel Paese".
Una natura multiforme, forte e delicata ad un tempo, accogliente e minacciosa, capace di nascondere con commoventi scenari la pericolosità di possenti ed imprevedibili forze nascoste nel sottosuolo.
L'opera dell'uomo, nel secolo trascorso, ha  aggravato le congenite situazioni di pericolo con abbandoni delle aree agricole, diffuse deforestazioni, modificazioni dei profili costieri, imbrigliamenti dei corsi d'acqua, attività edilizie inappropriate e diffuse, tagli infrastrutturali violenti, ecc.
Le modifiche climatiche aggravano le conseguenze negative dell'opera umana.

2 - Ritengo che non si possa rinviare una riflessione ed un intervento su questo stato di fatto che viene alla luce in occasione di eventi catastrofici, ma subito si dissolve sotto i colpi di nuove emergenze.
Mi sembra dunque necessario, in Italia, stipulare un nuovo patto con il territorio che oggi appare come un corpo malato, da curare e rispettare.
Per questo fine è opportuno acquisire una visione olistica dei problemi, tale che ogni scelta, qualunque sia il settore d'appartenenza, non sia incompatibile o contraria alle altre.

3 - Per quanto riguarda l'Inarch, viste le competenze statutarie e la natura dei suoi soci, penso che il patto da stipulare con il territorio richiami necessariamente una serie di principi che nell'ultimo secolo si sono andati appannando per molte e concomitanti circostanze. Si tratta del:
- principio di responsabilità
- principio di competenza
- principio di merito
- principio di efficienza ed efficacia (cioè di buona qualità) del prodotto
- principio di promozione dello sviluppo (formazione, ricerca, sperimentazione)
- principio di necessità della sequenza azione-controllo
- principio di preminenza dell'interesse pubblico
- principio di contrasto al conflitto d'interesse
- principio di tutela della creatività
- ecc.

4 - La perdita di centralità di questi principi è un fenomeno ben noto da tempo, ma vissuto nella quotidianità con disinteresse o fatalismo, sino a quando un evento drammatico come il recente terremoto non lo porta alla ribalta per un breve periodo.
Da qualche tempo penso che l'Inarch non debba limitarsi a proporre iniziative legislative, quadri normativi e cose del genere che, abbiamo visto nel passato, aumentano gli intralci operativi e non garantiscono affatto sul merito; penso invece che l'Inarch debba soprattutto riportare all'attenzione alcuni valori (espressi sotto forma di principi del tipo elencato) denunciando puntualmente e sui fatti le conseguenze nefaste della loro perdita di centralità.
 Azioni di denuncia concreta, sui singoli eventi, dunque, ma sempre prospettate in riferimento ad uno o più principi morali.

5 - Entro più nel merito con qualche piccolo esempio.

A - Fattori di crisi del principio di responsabilità
A.1 - Le varie leggi sugli appalti pubblici, emanate con finalità moralizzatrici, peraltro mai conseguite hanno prodotto la frammentazione dei protagonismi nel processo progettuale (che intendo esteso all'intero arco che va dall'ideazione alla realizzazione) e, parimenti, nel processo realizzativo. L'antica consuetudine  di collaborazione tra gli attori del processo si trasforma in uno scaricabarile che viene aggravato dalla complessità raggiunta dal progetto e dalle pratiche realizzative
A,2 - Il declino dell'impresa generale con tutte le distorsioni del subappalto e del lavoro precario e nero
A.3 - . La pratica diffusa di "agire senza sapere"
Mi riferisco alla possibilità di ottenere licenza di attività, senza preventiva dimostrazione di capacità (come esempio, la possibilità di chiunque di avviare un'attività di imprenditore edilizio senza vaglio alcuno e senza verifica in sede associativa);

B - Fattori di crisi del principio di competenza
B.1 - L'equiparazione dell'opera intellettuale all'opera materiale effettuata dalla Merloni allorché intende il al progetto come prestazione di servizio.
B.2 - l'equiparazione di specializzazioni tecniche e culturali anche molto diverse
Mi riferisco alla confusione dei ruoli svolti dalle varie figure professionali indipendentemente dal tipo di formazione e dal titolo conseguito (architetti junior e senior; ingegneri edili o civili o diversi; geometri; periti, ecc.: tutti concorrono, con diverse ma fungibili competenze, alla trasformazione del territorio).
B.3 - La norma che disincentiva le attività per la preparazione di efficaci "programmi di progetto" da parte dei dipendenti pubblici (incentivandone le azioni progettuali al di fuori di ogni confronto tra soluzioni, come avviene nei concorsi)
B.4 - Per quanto riguarda la comparsa di architetti da "riporto" (!), che trascurano le competenze professionali specifiche per inventarsi ruoli impropri, rimando allo scritto di Claudio De Albertis

C - Fattori di crisi del principio di necessità della sequenza azione-controllo (preventivo, in itinere e consuntivo)
C.1 - .Il disinteresse per le modalità di sviluppo del processo e di confezione del prodotto che ha portato alla perdita di valore del collaudo tecnico in corso d'opera a vantaggio del collaudo finale di tipo amministrativo e (per lungo tempo) all'irrazionale composizione delle commissioni.
C.2 - La rassegnazione opportunistica (e fatalistica) verso le situazioni di emergenza e straordinarietà. Tale rassegnazione incrementa gli effetti disastrosi degli eventi naturali.
C.3 - La consuetudine di rinviare ogni contenzioso sui comportamenti degli operatori alle sedi giudiziarie.
 
D - Fattori di crisi del principio di preminenza dell'interesse pubblico.
D.1 - L'assenza, l'incompletezza o la poca lungimiranza degli strumenti urbanistici congiunte con la mancanza di un monitoraggio continuo del relativo territorio; esse aprono spazi alle molteplici forme dell'abusivismo (nell'edilizia, nelle discariche, nelle cave, ecc).
D.2 - (collegato al punto C) La mancanza di efficaci strumenti sanzionatori (immediata ed automatica perdita del bene) accompagnata dai ripetuti condoni che sanano le pratiche abusive

E - Fattori di crisi del principio di merito
E.1 - La scarsità di concorsi di idee e progettazione per l'affidamento di incarichi, l'eccessivo peso dato ai requisiti economici e aziendali per l'ammissione al concorso, la pratica di premiare surrettiziamente il curriculum del concorrente anziché il progetto che presenta, il lobbismo delle commissioni
E.2 - L'infimo numero di concorsi che giunge a buon fine per quanto riguarda l'emissione del giudizio o il pagamento dei premi o la realizzazione dell'opera affidata al vincitore
E.3 - La mancanza totale di tutela del diritto d'autore
E.5 -  Da lungo tempo, i finanziamenti agli atenei che sono misurati sul rapporto tra iscritti e laureati, incentivando la promozione di massa.

F - Fattori di crisi del principio di contrasto al conflitto d'interessi
F.1 -  Il continuo tentativo di attribuire all'impresa realizzatrice compiti di progettazione parziale o totale dell'opera
F.2 - molte soluzioni "in house" adottate dalle pubbliche amministrazioni

G - - Fattori di crisi del principio di promozione dello sviluppo (formazione, ricerca, sperimentazione)
G.1 - Si viene riproponendo la necessità di incentivare la produzione di alloggi "low cost". Ma non si ha nessuna conoscenza aggiornata della domanda. La promozione dello sviluppo vorrebbe che, come accadde per il Piano decennale casa, fossero dedicate risorse adeguate alla ricerca e alla sperimentazione tecnologica e tipologica, ignorate da tempo.
Per quanto concerne l'assenza di una ricerca mirata sulla qualità delle abitazioni in relazione alla domanda e ai modi di produzione, nonché sulle sue conseguenze, rimando allo scritto di Claudio de Albertis
G.2 - I finanziamenti agli atenei, che per lungo tempo hanno riservato alla ricerca cifre del tutto insignificanti e distribuite a pioggia.

H - Fattori di crisi del principio di efficienza ed efficacia (cioè di buona qualità) del prodotto
H.1 - L'insufficienza dei tempi assegnati alle attività progettuali all'interno dell'intero processo,
H.2 - Idem per quanto riguarda il tempo intercorrente tra il primo progetto e la realizzazione dell'opera

Eccetera eccetera
Sono convinto che, per larga parte, il decadimento della qualità architettonica e del territorio italiano derivi da fenomeni distorsivi simili a quelli appena elencati.

Massimo Bilò  04/05/09

 

 


 


Nella sua visita nell'Abruzzo terremotato anche il Papa chiede di costruire case solide. Questione del tutto insufficiente, pur se essenziale. Né basta che siano anche belle: occorre soprattutto che contribuiscano a formare spazi espressivi di un'armonia di forze politiche, economiche, sociali, culturali e simboliche.
Non solo l'edilizia privata, molto l'edilizia pubblica, negli ultimi cinquant'anni hanno eroso ampie parti dei nostri territori contribuendo a formare "non-città" e ponendo premesse per drammi sociali, emarginazione, povertà di relazioni vitali. Spazi di vita impropri producono inoltre costi sociali elevati ed intollerabili.
Soprattutto nei nostri contesti ? al di là di risorse adeguate alle trasformazioni urbane e territoriali ? occorre elevare la qualità, non limitarla a soli parametri numerici, cercarne definizioni evolute. Sul tema vanno evitati equivoci: la qualità degli interventi è in aspetti misurabili (sicurezza, bilanci energetici, prestazioni dei singoli materiali o dell'insieme, ecc.) ma è insita in quelli non misurabili (domanda di progetto, qualità di concezione in termini di appartenenza al paesaggio, all'ambiente, di relazioni con i contesti, ecc.).
Gli aspetti misurabili richiedono capacità di soddisfarli con le risorse disponibili. Gli aspetti non misurabili della qualità degli interventi ? sono aspetti sostanziali ? presuppongono regole e procedure diverse da quelle attualmente in vigore. Non si possono più tollerare ostacoli dovuti ad ignoranza, a norme inadeguate, a brutali contrasti di interessi.
Fondato nel 1959, l'IN/ARCH è nato per contribuire all'interazione committenti/progettisti/imprese, per spingerla verso visioni coraggiose. In altre parole, per portare a concretezza utopie, per contribuire a trasformare mentalità e rendere chi governa consapevole che queste questioni vanno affrancate da interessi di parte. In questo anno, quello del suo cinquantenario, l'IN/ARCH deve rilanciare con forza la sua missione.

Di Massimo Pica Ciamarra


Il terremoto in Abruzzo e la tragedia che si sta vivendo riaprono polemiche sulla consistenza del patrimonio edilizio italiano, sulla fragilità di quanto stratificato nei secoli, sugli incomprensibili crolli che hanno coinvolto edifici recenti e anche edifici pubblici di rilievo strategico. Si è a caccia di responsabilità individuali, mancata prevenzione, non rispetto di norme, insufficienti controlli, leggerezze, ruberie. Ogni caso specifico ha una sua storia, responsabilità e fatalità in intrecci che spetta ad altri dipanare. Si è aperto anche un confronto sul futuro per quelle aree devastate, come essere veloci e come conservare l'identità della popolazione e dei suoi luoghi: questioni urgenti, concrete, specifiche.
   Aleggiano anche questioni generali: tutto ruota intorno all'idea di progetto, a norme e procedure che regolano le trasformazioni fisiche degli ambienti di vita e quanto su questo incide: dai processi formativi di chi progetta, alle effettive integrazioni interdisciplinari; dall'adeguatezza delle risorse, alla velocità complessiva dei processi attuativi. Sono crollati edifici che si rivelano completati in trent'anni, con sovrapposizioni di progettisti, di direzioni lavori, di imprese esecutrici. Escono in piena evidenza cose note: sovrapposizioni normative, disattenzioni, superficialità, carenza etica. 
   Progettare/costruire/trasformare richiede competenze e conoscenze: risposte culturalmente e tecnicamente attente a domande intelligenti, oltre che a regole chiare ed evolute. A chi governa, richiede soprattutto vera capacità di visione. Evitare le tragedie che si susseguono presuppone una sostanziale revisione normativa che ponga al centro la qualità del progetto. Quindi che si distacchi dalla cosiddetta Merloni e suoi derivati; che cancelli le degenerazioni indotte dalla Bassanini che incentiva non programmazioni, verifiche e controlli, ma progetti spesso banalizzati; che elimini concorrenze feroci su tempi e costi accentuate dalla Bersani; che non si lasci illudere dal DdL Bondi e spazzi via equivoci e luoghi comuni; che introduca il "progettista unico" per tutte le fasi di progetto e direzione dell'esecuzione dell'opera; che rifugga dai "semplificatori terribili"; che definisca la qualità degli interventi negli aspetti misurabili (sicurezza, energia, emissioni zero, ecc.) purché forti di quelli non misurabili (appartenenza al paesaggio, all'ambiente, qualità delle relazioni con i contesti, ecc.); che garantisca precisi ma giusti tempi di elaborazione di progetto e di attuazione delle opere. Vi è un apparato da svecchiare e una fiducia da rigenerare: oggi intorno alla stessa idea di progetto e di qualità vi è enorme confusione, vi sono equivoci di significato, ignoranza delle conseguenze di regole e procedure. E' invece proprio nella qualità dei suoi progetti che ogni società esprime il suo desiderio di futuro, la sua capacità di gestirne i processi, di determinare l'evolversi e il miglioramento delle sue condizioni di vita. 
   Un articolato e sintetico ragionamento su questi temi è stato riavviato a febbraio con l'incontro IN/ARCH "All'architettura italiana serve una legge?"

Di Massimo Pica Ciamarra



Perché il cemento ha un'accezione necessariamente negativa?
Francesco Orofino 31/03/2009


Perché nei vocabolari si stabilisce l'equivalenza tra cementificazione e "costruzione massiccia e indiscriminata di edifici, senza riguardo per il paesaggio e per l'equilibrio ambientale" .
Che colpa hanno il povero Joseph Monnier o William Wilkinson degli scempi perpetuati nel territorio?
Con il cemento si sono realizzati alcuni capolavori universali dell'architettura così come con l'acciaio, il legno, la pietra, il laterizio si sono costruite oscenità deturpanti.

Aboliamo questa figura retorica: che sia essa una metonimia, che confonde la causa con l'effetto, il contenente per il contenuto, il simbolo per la cosa simbolizzata, o una sineddoche  che usa la parte per il tutto, il genere per la specie.

Il diavolo non è nel materiale.


Considerazioni sul piano casa e dintorni
Francesco Orofino   10/03/2009

"La proposta di liberalizzazione dell'edilizia annunciata dal presidente Berlusconi rischierebbe di compromettere in maniera definitiva il territorio."
Questa la tesi sostenuta da tre importanti architetti italiani, Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas e Vittorio Gregotti in un appello pubblicato in prima pagina dal quotidiano La Repubblica.

Questa affermazione ha suscitato in me una prima istintiva domanda: ma fino ad oggi l'edilizia non liberalizzata ha preservato e valorizzato il territorio? L'elefantiaco apparato di norme, vincoli, procedure, piani ha consentito uno sviluppo equilibrato e qualitativamente alto del costruito in Italia? Ha impedito l'abusivismo e il degrado?

Le pseudo-proposte del Piano Casa annunciate dal Governo hanno dato il via, come spesso succede, ai massimalismi più spinti: si tratta di un piano straordinario che salverà il paese dalla crisi economica e renderà tutte le famiglie più felici con un bagno in più ed una cameretta nuova; oppure: siamo di fronte all'annuncio di una catastrofe epocale ed all'arrivo di una massiccia cementificazione (parola che proporrei di eliminare dal vocabolario perché il diavolo non è in un materiale da costruzione!) della nostra bella Italia.

Poiché non ho la fortuna di maturare certezze in poche ore, provo a esporre in modo molto più dubitativo alcune considerazioni.

  1. Prima di tutto non si capisce bene di cosa stiamo parlando. Annunciare semplicemente che saranno possibili aumenti di cubatura (siamo l'ultimo paese europeo che ragiona ancora in termini di unità di volume e non di superficie) dell'esistente del 20 o del 30% può voler dire tutto e niente.
    Sembra però evidente che tutto ciò non ha nulla a che fare con il piano casa  il  cui scopo prioritario non può essere quello di rilanciare una settore dell'economia (questa, casomai, può essere una conseguenza) ma è quello di offrire risposte all'emergenza abitativa che, per chi non lo sapesse, in Italia esiste ed è grave.
    Centinaia di migliaia sono le domande inevase di edilizia sociale pubblica la cui produzione in Italia è andata progressivamente calando negli anni.
    Anche la percentuale altissima di proprietari di case che si registra nel nostro Paese è da valutare come un elemento patologico più che come una grande risorsa perché ha reso il mercato dell'affitto un mercato di nicchia con tutte le conseguenze del caso. Il limitatissimo numero di case per l'affitto rende difficile la mobilità dei lavoratori, l'indipendenza dei giovani e delle giovani coppie, l'integrazione degli immigrati ecc. ecc. Non credo che sia un processo virtuoso il fatto che in Italia l'unica risposta al problema casa sia l'acquisto con relativo mutuo.
    Il paradosso a cui abbiamo assistito in questi anni è stato che mentre cresceva il boom edilizio (fino al 2007) contemporaneamente cresceva l'emergenza abitativa.
    Dunque se si parla di piano casa si deve parlare di edilizia sociale (o di social housing per essere a la page), di ampliamento del mercato dell'affitto, di edilizia pubblica e si deve parlare di risorse economiche destinate a tutto ciò. Difficile sostenere, a mio parere, che l'ampliamento di una villa abbia a che fare con l'emergenza abitativa.

  2. Sembra poi di capire che il provvedimento del governo punti ad una semplificazione e velocizzazione delle procedure urbanistico-edilizie. Evviva!
    Non abbiamo sempre sostenuto che in Italia i progetti nascono vecchi perché i tempi della burocrazia sono elefantiaci, perché è assurdo dover aspettare una media di tre anni per ottenere tutti i permessi e le autorizzazioni per realizzare un intervento edilizio?
    Ma bisognerebbe spiegare al Governo che per rendere le procedure veloci occorre prima di tutto avere regole certe e chiare.
    In Italia invece l'apparato di leggi, leggine, regolamenti che governano le trasformazioni del territorio è farraginoso, contradditorio, spesso talmente oscuro da essere affidato alla assoluta ed unica discrezionalità interpretativa del pubblico funzionario.
    Quindi, se si vuole rendere l'iter più veloce, non basta la perizia giurata.
    Occorre, per esempio, cambiare il Testo unico per l'edilizia, omogeneizzare e semplificare i regolamenti edilizi, unificare le normative tecniche.
    Anche in questo caso, quindi, il principio sostenuto dal Governo sulla necessità di semplificare è sacrosanto; lo slogan (liberalizzare l'edilizia, niente più concessioni) è pericoloso.

  3. Sono molti anni ormai che nei dibattiti "alti" della cultura architettonica si sostiene l'importanza della demolizione come strumento di rinnovamento e riqualificazione delle aree urbane e soprattutto delle nostre periferie. Non è quindi da guardare con interesse un provvedimento che inserisca una forma di premialità, in termini di cubatura, per chi demolisce e ricostruisce?
    Secondo me sì.
    Purtroppo in Italia il termine "demolizione" viene sempre guardato con sospetto perché l'esistente è considerato valore in sé, al di là di ogni valutazione di merito.
    Poter demolire e ricostruire edifici obsoleti e privi di ogni valore con incrementi di volume è quindi una opportunità da cogliere con favore, scardinando, anche in questo caso, assurdità normative che oggi, in molti casi, obbligano a demolire ed a ricostruire con il rispetto della sagoma, come se la sagoma di un edificio fosse un valore da preservare, l'unico, oltretutto, in caso di demolizione integrale. Tutto è eliminabile tranne la gloriosa sagoma !
    Un ragionamento simile è anche applicabile ai sistemi di premialità annunciati in caso di ricostruzione che si adegui a parametri innovati di risparmio energetico.

  4. Resta come ultima questione quella dell'incremento di cubatura per gli edifici esistenti. Ripeto che su questo punto è difficile esprimere un giudizio perché non si capisce cosa possa voler dire. Significa dare il via al festival della veranda legalizzata?  Significa estendere la normativa già applicata in molte regioni (senza grandi clamori) sull'abitabilità dei sottotetti? Significa, come qualche esponente del governo ha accennato, che se un condominio trova un accordo si può sopraelevare il palazzo di un piano?

Il sussulto civile delle coscienze che la Aulenti, Gregotti e Fuksas richiedono merita naturalmente grande attenzione perché, sono convinto, è un appello per la promozione della qualità delle trasformazioni del territorio in Italia. Resta da chiedersi se sia meglio lasciare tutto così come è o impegnarsi in una riforma delle regole che richiede ragionamento, poco massimalismo, meno slogan e, a volte, anche molto coraggio.

 


Massimo Pica Ciamarra   09/03/2009

Per fronteggiare la crisi economica il Governo si accinge ad approvare un Disegno di Legge che prevede velocità nei permessi di costruzione; sgravi fiscali per chi ristruttura; incrementi di cubatura del patrimonio esistente e - qualora con tecniche di bioedilizia o ricorso ad energie rinnovabili - nella nuova edificazione.
Bene i primi due punti. In Italia il valore del tempo sembra sconosciuto: anche se il minore tempo di progettazione (!) è fra i parametri che motivano la scelta del progettista; la riduzione di quelli di realizzazione è fra i fattori per l'aggiudicazione degli appalti; mentre per i tempi decisionali e burocratici non vi è limite. L'intervallo di tempo fra l'avvio del progetto e l'ultimazione di un'opera pubblica sembra ripartito in 5% progettazione, 65% burocrazia, 30% attività di cantiere. Per gli interventi privati le autorizzazioni si attendono anche anni. Bene quindi agire sui tempi con certificazioni e dichiarazioni giurate del progettista, ma anche drasticamente agire sul sistema burocratico che regola e controlla gli interventi pubblici. Il tempo totale va drasticamente ridotto incrementando però (velocità richiede lentezza!) quello delle fasi di programmazione e progettazione che, se ben condotte, comportano velocità di esecuzione.

Dichiarazioni giurate e riduzione dei tempi burocratici presuppongono certezze, chiarezza e agilità dell'apparato normativo: nel mondo anglosassone vi sono norme prestazionali, non prescrizioni: esprimono raccomandazioni e suggerimenti sui requisiti da garantire. Mentre sovrapposizioni e esasperati caratteri puntuali delle nostre norme tecniche contrastano innovazioni tecnologiche, banalizzano progetti, abbassano la qualità degli interventi.
Anche le norme urbanistiche (senza entrare nel merito dei DM 1968, sotto vari aspetti culturalmente e tecnicamente obsoleti) esigonono svecchiamenti. Misurare il costruito in termini di mc. e non di mq. netti utili -da quando anche il Principato di Montecarlo si è convertito - ormai è abitudine solo italica: non ha senso urbanistico, espelle funzioni di interesse comune, contrasta i requisiti bioclimatici del costruire. Opporsi ad elevate densità edilizie contrasta la coscienza che il territorio è risorsa ormai rara. Disgiungere infrastrutture e strutture, urbanistica e edilizia, antico e nuovo, contrasta l'esigenza di "crescere con arte", essenziale per i nostri territori.
In mancanza di una sostanziale rifondazione legislativa  gli attuali strumenti urbanistici - anche quando concettualmente obsoleti, non propositivi, eccessivamente vincolanti - sono patti sociali che dovrebbero tutelare la collettività. Incrementarne le quantità eleva positivamente la densità urbana, ma se non altro (e ce ne è molto) presuppone verifiche nelle infrastrutture e nei servizi, quindi agili processi di monitoraggio urbanistico.
L'emergenza incombe: malgrado in Italia l'indice di motorizzazione sia già eccezionalmente elevato e si auspichi il prevalere dei trasporti collettivi su quelli individuali, altre ragioni oggi fanno sostenere la produzione di automobili. Ma il territorio è questione molto più delicata, la sua trasformazione è sostanzialmente irreversibile. Ancor più con incrementi semplicisticamente ammessi, realizzare è pericoloso; forte il rischio di non immettere qualità, di ingombrare il territorio, di esaltare l'invivibilità dell'insieme, di erodere un bene prezioso per la nostra economia. E non si torni alla vecchia distinzione fra aree di pregio e vincolate, e paesaggi che non meritano attenzione.

Allora "sì" ad incentivi fiscali per chi ristruttura; a nuove regole che puntino ad azzerare i tempi di autorizzazione; ad interventi capillari sul non costruito, sugli spazi aperti, sui luoghi di relazione; a bioedilizia ed energie rinnovabili. Ma "no" deciso ad azioni che contrastino norme urbanistiche finché non ne siano state scardinate concezioni obsolete e procedure paralizzanti.
Ritorna l'urgenza di rifondare e integrare regole urbanistiche ed edilizie.


Massimo Pica Ciamarra / 25.02.2009      Consiglio Direttivo INARCH

Dibattito aperto sul Disegno di Legge Quadro per la Qualità dell'Architettura

 

L'IN/ARCH è stato tra i primi a credere che anche in Italia una Legge per l'Architettura potesse trasformare procedure e comportamenti ed incidere sulla qualità delle realizzazioni. La cronologia di questa vicenda (MPC: Tre lustri di leggi, "Il Giornale dell'Architettura", gennaio 2009) segue un processo degenerativo fra l'intuizione originaria e l'attuale Disegno di Legge Quadro per la Qualità dell'Architettura. Eppure - lo documentano anche due comunicati stampa tuttora sul nostro sito - nel luglio 2008 l'IN/ARCH fidava nelle promesse del Ministro. Oggi non può che rilevare l'istanza tradita.

Il Disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri rinuncia ad incidere sul coacervo di norme che si sono andate addensando negli ultimi anni, vero ostacolo a diffondere qualità nelle trasformazioni fisiche dei nostri ambienti. La qualità non si produce per legge, ma ci sono leggi che ne alimentano l'humus e leggi che la rendono improbabile. Qui regole e procedure frenano; nello stesso tempo facilitano comportamenti impropri, anche quelli di recente venuti in piena luce.

Vi sono diversi modi per sostenere la qualità in architettura. C'è l'azione dei critici, quella dei progettisti, quella degli istituti di cultura, quella delle università - formazione, dibattiti, convegni, pubblicazioni, mostre, premi - quelle di chi ha compiti di amministrazione e di governo. Ne è presupposto una domanda di progetto intelligente ed esigente espressa da individui o dalla società nel suo insieme, soprattutto dai poteri che la dirigono -come Jack Lang precisava a Mitterand.

Oggi sembra quasi che la legge sull'architettura sia questione degli architetti, quella sul governo del territorio degli urbanisti o degli assessori competenti, quella sugli appalti dei costruttori, e così via. Come trasformare l'ambiente per migliorare la condizione umana è invece questione di tutti: richiede visioni politiche, intrecci fra aspettative diverse, acuta leggerezza dell'apparato normativo, assunti condivisi, liberi da interessi di parte, capaci di cogliere il fondo dei problemi: sono in gioco qualità dell'architettura / qualità urbana / qualità della vita.

Oggi c'è altra via che riprendere alla radice l'iniziativa evitando ogni ottica corporativa. Obiettivi:

  • Riaccendere la speranza nel futuro. In altre parole, restituire al trasformare il senso positivo che gli è proprio
  • Ridurre l'intervallo di tempo fra il sorgere di un'esigenza e l'ultimazione dell'intervento che la soddisfa
  • Ridare dignità al progetto, nella sua unità e ad ogni scala.

L'ipotesi non è utopica: si può uscire dalle trappole attuali attraverso una concertazione in grado di darle efficacia e concretezza.  

Per questo occorre concordare sui significati dei termini e sui principi; poi su modalità e procedure capaci di restituire alle trasformazioni il ruolo di risorsa.
Questa azione di rifondazione investe essenzialmente tre gruppi di argomenti:

 

1.   Legge urbanistica, proposte di legge sul governo del territorio, legge sulla qualità architettonica, legge sul paesaggio, legge sull'ambiente, legge su tutela e valorizzazione del patrimonio del passato: sono alcune delle leggi che incidono sulla trasformazione dei nostri ambienti di vita.
Nella realtà hanno:
   unico scopo: contribuire a migliorare le condizioni di vita;
   unico oggetto: la trasformazione fisica degli ambienti;

e richiedono tutte integrazione nei principi, chiarezza nelle definizioni, condivisione su requisiti e progressivi livelli di qualità da perseguire.

La prima azione punta a ricondurre ad unità le diverse leggi che riguardano le trasformazioni fisiche dell'ambiente: tende ad un dizionario "delle definizioni e dei principi".

 

2. La seconda azione punta al coordinamento degli strumenti della terna programmi/piani/progetti. Per selezionarne la qualità c'è il metodo del confronto, l'esame critico delle alternative. Fra programma, piano e progetto è sostanziale non tanto garantire "conformità", ma "continuità", presupposto della superindividualità che è fattore significativo per la qualità dei singoli interventi.

Occorre quindi ridefinire modalità e forme condivise del processo di formazione dei progetti: come articolare priorità o gerarchie delle scelte e come accelerare i processi decisionali, autorizzativi e "in-disciplinari" che presiedono alle singole realizzazioni.

Nella sostanza questa seconda azione riguarda tutto quanto concorre alla definizione dei progetti di trasformazione fisica degli ambienti, introduce cioè ad un Codice della progettazione.

 

3. La terza azione riguarda le modalità di attuazione degli interventi. Presuppone di rideterminare condizioni per la collaborazione fra i diversi soggetti che partecipano ad una realizzazione, di eliminare cioè le conflittualità invece accentuate dalle norme attuali.

La terza azione riguarda quindi un Codice delle realizzazioni, quanto segue le azioni di progetto, quindi appalti, fasi di attuazione, verifica, collaudo, manutenzione e gestione delle opere.

Su questi temi un "tavolo di concertazione" potrebbe pervenire a documenti condivisi, agili e puntuali, da inoltrare a chi ha compiti di governo per le azioni conseguenti. Lo si può fare in qualche mese: non molti giorni fa i Ministri delle Finanze del G7 si sono impegnati a rivedere i principi e le regole di Bretton Woods in soli 4 mesi.

Le successive puntuali regolamentazioni interessano, ma meno: potrebbero diversificarsi nelle varie regioni, attivare sperimentazioni, competere ed evolversi.

Benché con salti o imprecisioni, un primo indice ragionato per ciascuno di questi tre documenti aiuta ad avviare un confronto.

 

1. "delle definizioni e dei principi"

Le definizioni su cui concordare riguardano le trasformazioni fisiche dei territori, quelle indissolubilmente legate ad uno specifico clima, ad una precisa morfologia, a determinate preesistenze naturali o artificiali. Riguardano cioè tutte le trasformazioni che rientrano nel territorio dell'architettura : edificato e non edificato, strutture ed infrastrutture, urbanistica e paesaggio, preesistenze da tutelare, conservare o valorizzare, e così via.

 

Tutte queste trasformazioni hanno l'obiettivo di contribuire a migliorare le condizioni di vita degli abitanti. Sono la conclusione di processi che hanno origine nel manifestarsi di un'esigenza, da una visione o dal maturarsi di un'intuizione. Attraversano valutazioni di fattibilità, si articolano in specifici "programmi di progetto" propedeutici alla selezione fra alternative che li soddisfano, da cui il progetto di trasformazione fisica da realizzare che emerge dal confronto fra differenti risposte ad uno stesso "programma di progetto": confronti però da sottrarre a schematiche questioni di principio, da rendere agili e da codificare nelle differenti modalità. Le fasi iniziali - quelle nelle quali l'esigenza si trasforma in "domanda", poi in "programma di progetto" - sono il risultato di confronti complessi, di partecipazione, di scelte politiche. Il "programma di progetto" va espresso in termini tecnici, presuppone intrecci di competenze. In altre parole, nelle fasi iniziali il processo richiede partecipazione; nelle fasi finali invece è nella competenza dei tecnici delegati, nel loro insieme definiti il "progettista".

Ogni progetto di trasformazione, qualche ne sia la scala, è frammento di un insieme più ampio. In quanto tale è da valutare prioritariamente nei suoi rapporti

  • con le questioni ambientali, ecologiche e della sostenibilità
  • con il paesaggio, naturale o artificiale che sia
  • con le stratificazioni culturali che identificano luogo d'intervento e suoi intorni

Queste valutazioni presuppongono riflessioni sulle condizioni geografiche, geologiche, ambientali, climatiche, economiche, sociali e culturali con le quali la trasformazione verrà ad interagire.

La qualità di un progetto è nella rispondenza ai requisiti espressi nel suo "programma" e nella risposta all'eccedenza di requisiti o principi che chi progettista intuisce e propone. La qualità di un progetto è quindi essenzialmente nella "domanda", nel "programma di progetto" e soprattutto nella sua "fase di concezione" che - terminato un concorso - può anche pervenire ad una "progettazione che soddisfi i bisogni della committenza mettendoli in discussione, fino a sradicarli" (ricordo la frase, ma non l'autore) tema che apre all'opportunità - esclusa dalle norme attuali - di riformulare "programma di progetto" e "progetto preliminare" avvalendosi del progettista prescelto, magari anche di quanto emerso dal lavoro dei vari partecipanti al confronto. A questi caratteri sostanziali della qualità di un intervento fanno seguito gli aspetti della qualità riconducibili a parametri misurabili che riguardano procedure e tecniche delle successive fasi di progettazione e realizzazione.

Va comunque riconosciuto il ruolo prioritario che è nel rapporto "costruito/non-costruito", nella qualità degli spazi aperti, nella capacità dell'intervento di apportare un "dono" al contesto in cui si immerge.

 

2. "Codice della progettazione"

Infatti, oltre a dare risposta alle esigenze che lo motivano, in quanto frammento dell'insieme ogni intervento contribuisce al contesto di cui entra a far parte, quasi apportandogli un "dono". Ogni intervento si caratterizza quindi per la sua individualità, ma è animato da superindividualità, qualità oggi rara nei nostri territori costruiti. Un legame di continuità - non di astratta conformità - deve unire programma, piano urbanistico e specifico progetto di intervento.

La qualità di programmi, piani e progetti si persegue attraverso l'esame critico di alternative, ma avendo chiaro che la superindividualità è un significativo fattore della qualità. Il committente cura il "programma di progetto" che ne verifica la fattibilità anche in termini di risorse, articola la domanda e definisce i requisiti del progetto.

Ogni fase del processo successivo va curata da un solo "progettista" garante della qualità dell'intervento dalla fase di concezione fino ai controlli di esecuzione. Figura giuridica unica, spesso però composta da molte persone fisiche, il "responsabile unico del progetto" collabora con il "responsabile unico del procedimento" (che rappresenta il committente), successivamente anche con il rappresentante dell'impresa che realizza l'intervento o coordina le diverse imprese esecutrici.

 

Rientrano nel Codice della progettazione (riguarda le opere pubbliche e per molti aspetti anche quelle private):

  • la questione del ruolo degli UT (da ricondurre a compiti di programmazione e controllo)
  • la questione degli incarichi (a quelli pubblici -modesta aliquota del totale- "Edilizia e Territorio - Il Sole 24ore" dedica l'intero fascicolo di febbraio per chiarirne il groviglio: la 163/2006 è un mostro costruito per obiettivi diversi da quelli qui sostenuti)
  • la questione delle approvazioni e delle procedure (aspetti amministrativi e legali; Carta per la Qualità urbana, Commissioni per la qualità architettonica ed il paesaggio)
  • la questione "tempi": quelli di progetto (definire tutto in "realtà virtuale" chiede tempi raffrontabili con quelli di realizzazione); poi i tempi burocratici, da ridurre drasticamente
  • la questione dei costi della progettazione (i ribassi ammessi dal 2006 in Italia - irrilevanti sul costo globale dell'opera - abbassano la qualità)
  • le questioni delle procedure e dei livelli di progettazione (ad esempio, l'"ingegnerizzazione" del progetto non può prescindere dalla scelta di procedimenti e componenti di produzione industriale da adottare)
  • la questione delle astratte concatenazioni di conformità fra le varie fasi di progetto
  • la questione delle norme deontologiche (non ha senso riguardino singole categorie, non le società di ingegneria) ecc.

 

3. "Codice degli appalti e delle realizzazioni"

È azione derivata dalla messa a punto dei Codici di cui ai punti precedenti : porterà alla riscrittura della legge 163/2006 e del suo Regolamento, peraltro non ancora perfezionato.

S'intrecciano poi con il punto 2. le questioni aperte dagli "appalti integrati" ed in generale le forme di collaborazione fra impresa, produttori di componenti e progettisti.

In questi tre gruppi di argomenti, prevalentemente nel primo, rientrano anche altre questioni qui omesse per motivi di brevità: quelle relative all'uso agricolo dei suoli, alle mutazioni socioeconomiche che hanno attraversato il Paese, alle diversità geomorfologiche delle sue Regioni; quelle dovute all'evolversi degli obiettivi energetici; quelle tese a rendere agili le informazioni su vincoli e opportunità di ogni particella catastale e più in generale le questioni relative a certezza del diritto e semplicità e chiarezza delle norme.

 

Concludendo, "all'architettura italiana serve una legge", ma una cosa è un Disegno di Legge Quadro - che non incide sulla prassi del progettare e del costruire - altro è lanciare un'azione che strutturi principi, uscire dall'attuale marasma legislativo del costruire: azione non utopica, semplicemente utile.

Al di la dell'emendare l'attuale Disegno di Legge, si tratta di puntare alla rifondazione unitaria del sistema di regole -giuridiche e soprattutto etiche - per le trasformazioni fisiche degli ambienti di vita. Condivise le linee di fondo, un "tavolo di concertazione" può produrre - prima della prossima estate - un articolato documento sulla questione.

 

Non basta però rispondere alla domanda "all'architettura italiana serve una legge?"

È alla società italiana che serve una politica attenta alle questioni del territorio. L'architettura - l'insieme delle trasformazioni fisiche degli ambienti di vita - è una risorsa ed uno strumento importante per l'identità di un Paese (basta ricordare Sarzoky nell'ottobre 2007 all'inaugurazione della Citè de l'Architecture et du Patrimoine a Parigi, o nel gennaio scorso a Nimes negli "auguri agli attori della cultura"). Fra i compiti di chi governa (lo dimostra la nuova politica urbana dell'amministrazione Obama) c'è quindi quello di promuovere le ragioni dell'architettura presso i cittadini, gli utenti, gli acquirenti, i promotori e i sindaci. Per questo occorre che la politica ridisegni i suoi strumenti partendo dalla stessa mappa dei ministeri.

Si può immaginare un Ministero che unifichi le competenze relative alle trasformazioni fisiche degli ambienti di vita? che integri il tema dell'ambiente con quelli delle infrastrutture, delle aree urbane e di parte dei beni culturali? che - lo fece in Francia nel 1995 Philippe Douste-Blazy - leghi valorizzazione del patrimonio del passato e formazione del patrimonio del futuro, e al tempo stesso separi scultura, teatro, numismatica e archivi dalle questioni dell'habitat?

Non molto tempo fa in Italia non esistevano né il Ministero dei Beni Culturali né quello dell'Ambiente. Negli anni '90 non esisteva una Direzione per il Paesaggio e l'Architettura, istituita poi nella DARC/PARC che ora preoccupa perché in procinto di essere riassorbita all'interno delle strutture ordinarie del Ministero. Si tratta di estrarre competenze da diversi Ministeri per accorparle in funzione di un unico obiettivo. Analogamente ogni Regione, ogni città, dovrebbe avere un Assessorato che unifichi almeno le competenze su urbanistica ed edilizia, spesso anche altre.

Le esperienze di paesi vicini mostrano che perseguire con energia la qualità dell'architettura non solo aumenta la vivibilità - la felicità degli abitanti - ma è anche fonte di sviluppo economico e diffusione culturale all'interno ed all'esterno dei confini nazionali.

 

Stiamo attraversando un periodo che sconvolge equilibri consolidati, che ha analogie con le grandi rivoluzioni o le guerre mondiali, crisi cui hanno fatto sempre seguito capacità di rifondazione, straordinarie capacità di reazione e di riformulare regole ed assetti.

Oggi occorre affrontare la crisi economica; le carenze infrastrutturali; gli interrogativi "quale velocità - quale città" e nuovi scenari ambientali e territoriali; i temi della rigenerazione urbana e della riqualificazione delle periferie; la questione del "piano casa"; i nessi che intercorrono tra illegalità, "sicurezza" e degrado urbanistico. Oggi occorre progettare per sopravvivere, ridare vivibilità ai territori attraverso il progetto.

 

Il Disegno di Legge sulla qualità dell'architettura non incide minimamente su queste questioni.

Eppure una Risoluzione del Consiglio d'Europa incoraggia gli Stati membri a "promuovere la qualità architettonica attraverso politiche esemplari nel settore della costruzione pubblica": esemplari, cioè che inneschino emulazioni e concorrenzialità. Inoltre l'art.9 della Costituzione "tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione" cioè lo straordinario sedimentarsi di innovazioni che, interrotto, subdolamente tradisce l'essenza della nostra tradizione. Con le regole attuali, realizzare è pericoloso. Forte il rischio di non immettere qualità, ma di ingombrare ancora il territorio; di soddisfare bisogni ma incrementando l'invivibilità dell'insieme. Paradosso necessario come il sostegno alle case automobilistiche? Con un alto indice di motorizzazione - anomalo in Europa e nel mondo - da tempo si afferma di dover convertire la prevalenza del trasporto individuale in quella dei trasporti collettivi; altre ragioni fanno però sostenere nell'immediato quello che teoricamente invece si vorrebbe mitigare.

Al di là di questa apparente divagazione, in Italia serve una politica attenta all'insieme del territorio, serve uscire da ogni forma di immobilismo. Organi amministrativi con competenze integrate renderebbero l'obiettivo più vicino. Jules Michelet affermava che "ogni epoca sogna la successiva", Walter Benjamin aggiungeva: "sognando, urge il risveglio". In un mondo fatto quindi da sogni ed incubi di chi ci ha preceduto, in futuro potrebbero diffondersi buone pratiche, realmente tese ad organizzare lo spazio per migliorare la condizione umana.

 

L'IN/ARCH è nato per sostenere la visione unitaria delle trasformazioni dei territori.

Una politica attenta al territorio presuppone riorganizzazioni strutturali e norme coraggiose, da delineare con attenzione perché questo progetto conservi la sua carica utopica anche nel suo concretizzarsi.

L'attenzione alla sostenibilità ambientale - essenziale per il nostro futuro - ha generato norme e procedure raffinate: nelle varie leggi urbanistiche regionali emerge diffusa attenzione (a volte paralizzante) alla questione ambientale; ma troppo spesso emerge anche disattenzione per l'ambiente costruito. Puntare ad una visione integrata, tendere ad unificare le regole del progettare, significa anche moderare l'entusiasmo dei neofiti, iniettare e sostenere visioni mature, contemperare esigenze senza scalfire la priorità dell'ambiente, dell'istanza paesaggistica e dell'attenzione verso il succedersi delle stratificazioni che documentano l'evolversi della nostra civiltà.

Come ogni progetto ambizioso, quello qui delineato può accendere processi virtuosi ma anche essere divorato da strali di piatta concretezza.

Per metterlo a punto bastano 4 mesi. Fra 4 anni, il 10 aprile 2013, apre a Napoli il "Forum Universale delle Culture". Per quella data l'Italia potrebbe realisticamente disporre di strumenti basilari per trasformare con qualità i propri spazi, per "Crescere con arte" come sostenuto nell'ultimo World Congress of Architecture dell'U.I.A.

 


"Quelle gare a 5 che fanno i Comuni"; così l'architetto Marco Casamonti spiega ad un suo interlocutore la natura della procedura di affidamento di incarico per la progettazione dell'area ex Macelli nel comune di Terranuova Bracciolini.

La mia riflessione su questa vicenda non vuol essere né di natura morale, né giudiziaria, e tanto meno vuole entrare nel merito della riflessione sulle strategie cultural-professionali di gruppi di architetti italiani.

Ma ho diverse considerazioni da fare, ancora una volta, sul piano delle regole e delle norme che nel nostro paese governano la progettazione di opere pubbliche: un piano che la vicenda Casamonti  rende quanto mai attuale.

Che cosa sono quelle gare a 5 che fanno i Comuni?
Perché per assegnare l'incarico per un progetto preliminare di riqualificazione di un'area urbana e di ristrutturazione di un edificio storico un Amministrazione Comunale ricorre a questa strana forma di selezione?

Chiariamo il quadro normativo.
Il Codice degli Appalti prevede che gli incarichi di progettazione cosiddetti sottosoglia e cioè con importi di parcella inferiori a 100.000 euro possono essere affidati secondo la procedura negoziata senza previa pubblicazione di un bando di gara invitando almeno cinque soggetti, se sussistono in tale numero aspiranti idonei.
Questa procedura (regolata dall'art. 57 del Codice) stabilisce che "la stazione appaltante individua gli operatori economici (sic!)  da consultare sulla base di informazioni riguardanti le caratteristiche di qualificazione economico finanziaria e tecnico organizzativa desunte dal mercato, nel rispetto dei principi di trasparenza, concorrenza, ???? Gli operatori economici selezionati vengono contemporaneamente invitati a presentare le offerte oggetto della negoziazione, con lettera contenente gli elementi essenziali della prestazione richiesta. La stazione appaltante sceglie l'operatore economico che ha offerto le condizioni più vantaggiose, secondo il criterio del prezzo più basso (sic!) o dell'offerta economicamente più vantaggiosa, previa verifica del possesso dei requisiti di qualificazione ".

La domanda che io mi pongo è semplice: perché?
Qual è la ratio di questo modo di scegliere un progettista? Perché tutto dovrebbe basarsi sulla qualificazione economico finanziaria e tecnico organizzativa  di uno studio di Architettura? Quali sono i criteri che portano ad invitare 5 soggetti e non 50 o 500 o chiunque voglia partecipare?

Che  senso ha affermare, in un altro articolo del codice, che se "la prestazione riguarda la progettazione di lavori di particolare rilevanza sotto il profilo architettonico, ambientale, storico-artistico e conservativo, nonché tecnologico, le stazioni appaltanti valutano in via prioritaria l'opportunità di applicare la procedura del concorso di progettazione o del concorso di idee."?

L'opera che il comune di Terranuova Bracciolini doveva far progettare non era forse rilevante sotto il profilo architettonico, storico artistico ecc.? Perchè ha scelto la forma della gara ad inviti e non ha fatto un Concorso?
Perché i nostri colleghi che - da quanto emerge dalle indagini - avevano un rapporto di stretta collaborazione con l'Amministrazione, non hanno caldamente consigliato la procedura del concorso?

Ipotizziamo comunque che il Comune non voleva fare il concorso perché troppo costoso, perché richiedeva tempi lunghi, per altre mille motivazioni che possiamo anche considerare tutte sbagliate.
Qual è l'alternativa che tutela la concorrenza ed il pubblico interesse? La gara a cinque?

Le norme del Codice degli Appalti sono sbagliate ed ipocrite. Questa è la verità che, dal mio punto di vista, emerge dalla questione Casamonti.
L'ipocrisia sta nel rifiutare formalmente qualsiasi forma di incarico fiduciario e nel predisporre, di fatto, formule che possano nascondere dietro una foglia di fico l'incarico fiduciario.

Mi domando: se l'Amministrazione di Terranuova Bracciolini voleva affidare direttamente l'incarico a Marco Casamonti - perché si fida, perché esiste un rapporto consolidato di collaborazione, perché  Casamonti ha lavorato su quell'area ecc. ecc. - perché non poteva farlo alla luce del sole senza ricorrere a finte procedure concorrenziali?

Certamente se ne assumeva tutte le responsabilità ed era tenuta a darne conto alla collettività.
Si trattava del centesimo incarico dato sempre allo stesso professionista? L'Amministrazione era tenuta a risponderne spiegando il perché.
Invece ha dovuto raggiungere lo stesso obiettivo  - dare l'incarico a Casamonti - attraverso un marchingegno complicato fatto di prestanome, di concorrenti finti, di ribassi concordati ecc. ecc.
In tal modo - se non fosse intervenuta l'indagine giudiziaria -  sul piano formale nessuna responsabilità diretta sarebbe ascrivibile all'Amministrazione: ha rispettato le regole della concorrenza, ha applicato la legge, ha fatto una gara.

E, sia chiaro, questo modus operandi non è certo una peculiarità di Terranuova Bracciolini.
Quasi tutte le Amministrazioni locali, quando per un qualsiasi motivo decidono di affidare un incarico ad un professionista di loro fiducia, ricorrono alla gara a 5.

Le alternative allora non sono molte: o rendiamo obbligatorio il concorso per tipologie definite e chiare di opere pubbliche o, almeno per gli incarichi sottosoglia, ripristiniamo l'incarico fiduciario.
Liberiamoci una volta per tutte delle gare, dei ribassi sulle parcelle, dei fatturati e del numero di dipendenti.

Caro Bondi, caro Sirica: queste sono le questioni che tormentano l'architettura italiana. Il Disegno di Legge sulla Qualità Architettonica proposto dal Ministro e salutato come l'avvento di una nuova era dal Presidente del CNA non incide in nessun modo su questa realtà e perciò serve a ben poco. Anche se venisse approvato, si continueranno ad affidare gli incarichi - perché il codice degli appalti lo chiede - inscenando l'incredibile farsa di "quelle gara a cinque che fanno i comuni".

Francesco Orofino


Signor Ministro,
conosco il suo tentativo per conferire una migliore qualità all'architettura italiana; purtroppo Lei ricalca le orme dei suoi predecessori, proponendo la terza edizione di uno strumento che nel tempo è sempre più diventato un ballon d'essai sgonfio e di modesto raggio d'azione.
L'idea di questa legge (ispirata a quella francese) è nata nell'Istituto Nazionale di Architettura nel 1994 (quattordici anni fa!). Chi, come me, conserva le tante varianti, non può non vederne il progressivo decadimento, da documento tecnico e pragmatico a manifesto d'intenzioni.
Oggi, una buona legge a tutela della qualità architettonica non può che partire da una sostanziale riforma di alcuni aspetti del Codice degli appalti.
Infatti, se Lei non si accontenta di qualche raro caso di eccellenza, ma condivide l'idea che la qualità dell'architettura si misura sulla generalità delle opere, non può disconoscere il fatto che con le leggi sui lavori pubblici in vigore questo tipo di qualità è impossibile da ottenere.
La invito quindi ad accantonare i manifesti d'intenzioni e a riportare la legge per l'architettura verso quel campo di norme pragmatiche ed incisive che caratterizzano la legge francese sin dal 1977.
La Sua proposta allarga lodevolmente l'area della concorsualità, ma la restringe alle attività del Suo dicastero e di Palazzo Chigi. Quale infinitesima percentuale sul totale della produzione edilizia riguarderà? E il resto sarà sempre sotto la mannaia delle norme prodotte dal ministero delle Infrastrutture? Lo sa cosa significano sul piano della qualità? La faccio tre soli esempi, presi dalla cronaca più recente, che dimostrano come le procedure possono ostacolare la qualità.

1 - Comune di ... (soprassiedo) Progetto d'idee per la riqualificazione di un Parco pubblico in zona centrale. Composizione della Commissione giudicatrice: il Geometra responsabile del Servizio Lavori pubblici (con funzioni di Presidente?) e due architetti dipendenti dell'Amministrazione. Tutto legittimo, perché le norme dicono e non dicono. Le garba? Prima di rispondere, La prego di leggere qualche capitolo del bel libro di Biondillo "Metropoli per principianti" a partire da pag. 20.

2 - Comune di ... Appalto-concorso per l'ospedale bandito dalla Regione Lazio. I giurati giudicavano sulla base di un buon rapporto qualità/prezzo: 70 punti per la prima e 30 per il ribasso. Finalmente!!! Ma come era composta la giuria? Unico professionista competente (?) in materia di qualità architettonica, un ingegnere edile. Non è pochino per garantire la qualità? Le garba?

3 - Comune di ... Riqualificazione di una piazza in zona centrale. Gara da aggiudicare con il criterio dell'offerta più vantaggiosa. Incarico per tutte le attività connesse al progetto e alla realizzazione, comprese sicurezza e consulenze specialistiche. Importo a base d'asta circa la metà dell?importo calcolato sulla base delle tariffe professionali. Vince un concorrente che fa un ribasso di circa la metà dell?importo.  Il compenso sarà dunque pari al 25% del ragionevole. La qualità sarà garantita? A Lei la risposta; ma tenga conto che tutto è stato lecito sulla base delle norme in vigore. Le garba?

Nella scorsa legislatura fu presentato al Senato un disegno di legge sul tema delle trasformazioni del territorio. Elencava alcuni articoli del Codice fissando i criteri per la loro revisione. Gli darebbe un'occhiata?

Grato per l'attenzione.
Massimo Bilò


Raccontiamo un episodio di cronaca che aiuta a capire più di ogni ragionamento teorico la realtà della progettazione delle opere pubbliche nel nostro paese. Lo facciamo sottoforma di domande e risposte per facilitare la comprensione.
1. Può l?Amministrazione di un comune Italiano di media grandezza decidere di assegnare l?incarico di progettazione per la riqualificazione di una piazza in una area centrale e strategica della città attraverso una gara da aggiudicare con il criterio dell?offerta economicamente più vantaggiosa?
Può farlo perché il Codice degli Appalti si limita ad indicare che ?quando la prestazione riguardi la progettazione di lavori di particolare rilevanza sotto il profilo architettonico, ambientale, storico-artistico e conservativo, nonché tecnologico, le stazioni appaltanti valutano in via prioritaria l'opportunità di applicare la procedura del concorso di progettazione o del concorso di idee.? (art. 91 comma 5). Nessuno sa con certezza quali siano le opere di particolare rilevanza sotto il profilo architettonico e il codice, abilmente, evita di chiarirlo. Lo è il ridisegno di una piazza al centro di una città? Lo decide a sua discrezione l?Amministrazione Pubblica.
E poi il Codice ha una formula normativa che lascia ancora più ampi margini di interpretazione: ?valuta in via prioritaria l?opportunità di ricorrere ad un concorso?. Non obbliga quindi nessuno a tale procedura. Il Comune in questione avrà pure fatto tale valutazione. Poi avrà anche valutato che un concorso richiede tempi lunghi, spese, giurie e che ricorrere ad una gara è molto più conveniente e sbrigativo.
2. Può l?Amministrazione di quello stesso comune stabilire che i criteri di valutazione per la scelta del progettista siano ?pesati? secondo i seguenti punteggi: 40 punti alla relazione metodologica (oggetto misterioso della normativa italiana) 30 punti al curriculum e 30 punti al ribasso offerto sulla parcella? Può accadere, in sostanza, che in un confronto competitivo, ad esempio, tra noi e Rem Koolhaas, perdiamo 30 a 0 sul piano della valutazione dei curricula ma riusciamo a pareggiare il conto vincendo 30 a 0 sul ribasso di parcella?
Si può farlo perché il Codice degli Appalti prevede che ?quando il contratto e' affidato con il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa, il bando di gara stabilisce i criteri di valutazione dell'offerta, pertinenti alla natura, all'oggetto e alle caratteristiche del contratto, quali, a titolo esemplificativo: a) il prezzo; b) la qualita'; c) il pregio tecnico??.. Il bando di gara ovvero, in caso di dialogo competitivo, il bando o il documento descrittivo, elencano i criteri di valutazione e precisano la ponderazione relativa attribuita a ciascuno di essi?.? (art. 83 comma 1 e 2). Da notare che l?articolo in questione regolamente con le stesse regole la scelta del progettista come la scelta  di chi deve fornire computer o scrivanie o eseguire dei lavori ecc.
Insomma qualsiasi tipo di lavoro, servizio o fornitura.
3. Può l?Amministrazione locale decidere che l?onorario posto a base di gara (per un importo di opere di circa 800.000 ?)  per un incarico di progettazione definitiva, esecutiva, coordinamento della sicurezza in fase di progettazione ed esecuzione, direzione dei lavori, misura e contabilità e assistenza al collaudo,  sia già in partenza del 40 % più basso di quello calcolato secondo le tariffe Architetti ed Ingegneri per opere pubbliche ?
Si può farlo perché il Codice degli Appalti, con la sua solita chiarezza e il suo rigore, stabilisce che ?i corrispettivi di cui al comma 3 (quelli calcolati secondo minimi tariffari, ndr.) possono essere utilizzati dalle stazioni appaltanti, ove motivatamente ritenuti adeguati, quale criterio o base di riferimento per la determinazione dell'importo da porre a base dell'affidamento? (art. 92 comma 2). Basta quindi ritenere motivatamente che per progettare una piazza i minimi tariffari non siano adeguati e il gioco è fatto.
4. Può, infine,  l?Amministrazione aggiudicare la gara al progettista che offre una riduzione di parcella di un ulteriore 47% preferendolo ad un altro progettista che, pur essendosi classificato primo nella valutazione della relazione metodologica e del curriculum, si è limitato a proporre uno sconto del 20% ? E? possibile che si possa fare la progettazione definitiva ed esecutiva, il coordinamento della sicurezza, la direzione dei lavori, la contabilità, l?assistenza al collaudo nella riqualificazione di una Piazza per 27.500 ? ? 
Si può considerare questo onorario, al di la dell?esistenza o meno di minimi tariffari, coerente con quanto disposto dall?articolo 2233 del codice civile che, nel fissare i  criteri di determinazione del compenso del professionista, stabilisce che  ?? in ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all?importanza dell?opera e al decoro della professione ?? ove l?inciso ?in ogni caso?  sta a significare che, ancorché sia intervenuto l?accordo delle parti, la congruità del compenso deve comunque essere valutata anche in relazione al ?decoro della professione? ?
L?importanza dell?opera in questione (la riqualificazione di uno spazio pubblico in un centro urbano) e il decoro della professione di ingegnere e architetto sono adeguati ai 27.500 ??
Può una pubblica amministrazione considerare economicamente più vantaggiosa un?offerta che, seppur giudicata meno qualificata sul piano della metodologia di progetto proposta e del curriculum,  porta un risparmio del 2,6% sull?intero investimento previsto per l?opera? Si tutela in tal modo il pubblico interesse?
Non abbiamo sentito in tutti questi anni continue lamentele sui ribassi eccessivi delle imprese di costruzione negli appalti attribuendo alla logica del massimo ribasso gran parte della responsabilità della bassa qualità delle opere pubbliche?

Purtroppo in materia di decoro delle professione del progettista oramai non sappiamo più cosa si possa rispondere.

Questa è la realtà della progettazione delle opere pubbliche con cui centinaia di architetti devono  quotidianamente confrontarsi.
E? questa nonostante i 138.000 architetti italiani, le 23 facoltà di architettura, le decine di riviste di architettura, gli articoli che parlano di architettura sulle riviste glamour, le tante associazioni, istituti, circoli, ordini che si occupano di architettura.
E? questa nonostante le tante archistar che hanno progettato opere pubbliche in Italia negli ultimi anni.
E? questa nonostante le grandi ?conquiste? rivendicate dal Consiglio Nazionale degli Architetti, Assisi 2001, la direttiva Zappalà e via dicendo.
Sarà ancora questa la realtà anche se venisse approvato il Disegno di Legge Bondi sulla Qualità Architettonica che lascia intatto l?apparato normativo del Codice degli appalti, vero responsabile di questa realtà.
E? velleitario pensare di cambiare il Codice? E? illusorio chiedere una norma che obbliga (senza ambiguità) le pubbliche amministrazioni nel caso, per esempio, della riqualificazione di una piazza a ricorrere al confronto competitivo tra progetti e non tra progettisti, vietando il ricorso alle gare?

Se lo è, il nostro proposito è di continuare ad essere illusi e velleitari. Lo consideriamo semplicemente più dignitoso che accettare rassegnati di partecipare alla definitiva rinuncia alle ragioni del nostro lavoro, del progetto, della qualità delle trasformazioni degli spazi di vita. Sicuramente più dignitoso del sentirsi progettisti in svendita.
                                                                                   FRANCESCO OROFINO E FEDERICO BILO? ARCHITETTI


Forse perché sono stato il presidente di un Ordine o forse perchè ho sostenuto appassionatamente lo slogan dell'In/arch e del CNA ?Dieci, cento, mille concorsi?, qualcuno mi ha chiesto un parere sull'anonimato nei concorsi  di architettura. La mia risposta non è piaciuta a tutti laddove ho sostenuto che tra un concorso anonimo truccato e un affidamento palese preferisco il secondo.
Torno sull'argomento per articolare e precisare questo mio parere.
Innanzitutto confermo la mia fiducia nella procedura concorsuale: il confronto assicura comunque un più ampio ventaglio di scelta se non addirittura una migliore qualità dell'offerta ? quest'ultima è funzione del valore professionale dei concorrenti. Il confronto, se correttamente pilotato, ha anche l'effetto di costruire intorno all'operazione un consenso plurimo e una possibilità di controllo sociale che mi paiono molto positivi.
Dunque, ancora ?Dieci, cento,mille concorsi?! Ma non è la procedura del concorso l'oggetto della discussione: qui si esamina il senso dell'anonimato e lo si esamina nel Paese di Mani pulite, dei raccomandati, delle bustarelle e dei Ministri che volevano rendere ufficiale le tangenti. L'anonimato qui e ora, insomma, e non il significato metafisico dell'anonimato.
Per iniziare vorrei ricordare qualche vicenda legata all'anonimato che ha dato origine a storie esilaranti, come in certi concorsi a due gradi con motto, nei quali la giuria era la stessa per entrambi o, come in alcune recenti ?gare di progettazione? (infelici alternative ai concorsi) nelle quali si pretende l'anonimato nella presentazione dei curricula (risultato: io che sono il signor nessuno, dichiaro di aver progettato un auditorium, ma non dico quando e dove, di essere un docente universitario, ma non svelo cosa e dove insegno, e così via).
Sottolineo anche qualche danno prodotto dalla procedura in discussione, a partire dalla paradossale vicenda dei concorsi in due fasi Qualità Italia promossi dalla PARC e sospesi a seguito del ricorso di un organo autorevole che contestava il mancato rispetto del principio dell'anonimato. In questo ed altri casi simili, tanti professionisti hanno speso tempo e denaro inutilmente per colpa di un difetto formale, in nome di un principio che si ritiene etico; ma chi mi assicura che sotto sotto le sospensioni non favoriscano i soliti ammanicati?
Che dire poi del fatto che le Poste non accettano plichi senza mittente creando non pochi intralci alla spedizione? Che dire dei cento tentativi di perfezionare l'anonimato dei progetti eliminando il motto e sostituendolo con un codice alfanumerico che un Ufficio protocollo (meramente tecnico e neutrale!?) applica all?insaputa del concorrente?
A fronte di effetti così perversi, che allo stesso tempo danneggiano le amministrazioni e frustrano il lavoro di tanti professionisti, mi viene spontaneo porre alcune domande.
Esiste ancora qualcuno che creda nella veridicità dell'anonimato? O nel fatto che i giurati non abbiano contatti di sorta con i concorrenti? Che non ricevano regolarmente a domicilio copia degli elaborati, in barba alle furbate alfanumeriche?
E poi: questo finto anonimato non contribuisce a deresponsabilizzare i giurati?
Se da più parti si denunciano intrecci tra membri di giuria che fanno vincere progettisti amici, i quali ricambieranno il favore nella loro veste di giurati in altri concorsi, allora non sarebbe meglio rendere esplicite e trasparenti queste trame occulte? Abolire l'anonimato impedirebbe a chiunque di trincerarsi dietro la foglia di fico: ho votato per quel progetto senza conoscerne l'autore. Senza anonimato i giurati dovrebbero rispondere in modo convincente delle loro scelte.
L'anonimato rischia di favorire alcuni e danneggiare altri, i più isolati, i giovani innanzitutto. Ricordo un solo caso nel quale l'anonimato è stato certamente utile: nel concorso per la Grand'Arche, vinto da un vecchio signore che i giurati avevano scambiato per un giovane giapponese emergente!
Vale anche la pena di sottolineare un altro aspetto: negare la possibilità di dialogo tra giuria e concorrenti impedisce a chi deve giudicare di acquisire elementi di valutazione per aspetti che potrebbero essere rimasti in ombra o sottovalutati e, invece, essere decisivi per il buon esito nelle fasi future di realizzazione. Non mi si risponda che è sufficiente leggere la relazione al progetto: siete mai stati membri di una giuria? Avete registrato i tempi di valutazione, specie quando i giurati sono autorevoli archistar, magari dei lontani States, che hanno fretta di tornare nei loro studi multinazionali? Avete partecipato alle discussioni per la formazione di un giudizio condiviso? Avete visto come si forma la maggioranza? Vi auguro di fare questa esperienza e forse qualche dubbio che gran parte dei giudizi sono precostituiti vi coglierà.
Penso che l'anonimato sopravviva grazie ad una palese, diffusa ipocrisia e per l?interesse di alcuni  -non pochi- gruppi d?interesse. E' improbabile che in Italia esista ancora qualche puro di spirito fiducioso nel significato etico e salvifico dei concorsi, da chiunque vengano banditi e di qualunque tipo essi siano; che sia all'oscuro dei trucchi che li connotano, utili solo a scaricare la responsabilità di chi deve decidere. I concorsi, per larga parte, sono oggi, di fatto, cooptazioni o affidamenti mascherati.
E' a questo punto del ragionamento che mi è venuto spontaneo inserire la provocazione motivo di tante critiche: a qualunque concorso anonimo preferisco la cooptazione o l?affidamento diretto e palese. Benché queste procedure presentino molti rischi e, a differenza del concorso, non aiutino affatto la qualità, esse alla fine ?oggi? mi sembrano da preferirsi, perché impegnano comunque il decisore in un'assunzione di responsabilità e lo sottopongono al giudizio della comunità degli architetti e della collettività.
Ai miei critici, vecchi amici tra l?altro, riconosco un'indubbia motivazione etica. Peccato che non la esprimano anche su altri aspetti dell?istituto concorsuale che voglio rapidamente illustrare.
Accade troppo spesso che un'Amministrazione emetta un bando con relativo disciplinare: sono fissate regole e contenuti. Molti concorrenti, viste le vicende concorsuali precedenti, sanno di poter derogare impunemente sui contenuti; presentano quindi progetti che, in una procedura corretta, sarebbero immediatamente esclusi. Viceversa vengono esclusi solo quelli che hanno qualche difetto, anche minimo, di carattere formale (ma la Commissione europea non ha dichiarato da tempo che gli errori formali non possono essere motivo di esclusione?).
Capita dunque (meglio, è prassi ordinaria) che la Giuria, organo consultivo dell'Amministrazione, ammetta anche progetti fuori tema, ignorando il risvolto etico del compito che le è stato affidato.
L'Amministrazione, in questi casi, resta del tutto indifferente rispetto allo scorretto comportamento della Giuria e, tradendo il suo stesso intento, pur formalmente espresso nel bando, approva la graduatoria; tanto i ricorsi dei concorrenti sono rari: si sa quali sono i tempi della giustizia in Italia!
Così tutto è andato a posto e si è pronti per altre prove.
Viceversa, l'emissione di un bando di gara andrebbe considerata alla stregua di un impegno inderogabile assunto dall'amministrazione nei confronti di quanti, partecipando alla gara, lo sottoscrivono alla maniera di un contratto tra parti. Un impegno che riguarda anche le fasi successive della realizzazione: gli architetti non sono munifici mecenati che si divertono a tempo perso! Ecco qualche motivo in più perché il bando ed i relativi allegati siano esaurienti, inequivocabili, corretti e, quindi, prodotti da soggetti competenti che rispettino le norme nazionali e locali di riferimento, ma sappiano anche rimediare alle non poche carenze di quelle stesse norme, rendendo il percorso di gara agevole, affidabile e corretto.
In definitiva se tutti continuiamo a chiedere più concorsi per tutti è bene che tutti imparino a bandire concorsi seri.

arch. Massimo Bilò

 


L'INARCH, come ogni Associazione, riunisce per le sue finalità personalità diverse che, con le loro azioni al di fuori dell'Associazione, possono rafforzarne la rilevanza.
La "lettera aperta" di Francesco Orofino, consigliere dell'Ordine degli Architetti di Roma, esprime il disagio della categoria che rappresenta in quella sede, l'insoddisfazione per il sistema normativo attuale e per come i rappresentanti nazionali di quella categoria non lo contrastino in forme adeguate. Apre a conflitti interni alla categoria degli architetti anche in vista di futuri rinnovi delle cariche. E' legittima e condivisibile.
Ma genera una pericolosa confusione dato che chi la firma è anche responsabile operativo della Segreteria Nazionale dell'Istituto ed ormai da un decennio. Sembra far si che la battaglia che si apre negli Ordini degli Architetti sia una battaglia dell'INARCH: lo avvalora anche il fatto che la "lettera" aperta è sul blog del sito INARCH; lo stesso sito dove peraltro, primi fra i propri "documenti", si evidenzia l'"approfondimento" ed il "comunicato stampa" con cui l'INARCH (prima però di conoscerne la formulazione) "sostiene l'iniziativa del Ministro Bondi sull'architettura".
Al 1° punto dell'OdG dell'ultima riunione di Giunta (18 ottobre u.s.) - "Proposte di emendamento al DDL Bondi sulla qualità architettonica" - l'INARCH ha esaminato e discusso alcuni documenti (tra gli altri, uno a firma del Presidente Nazionale, un altro a mia firma, ambedue usciti sulla stampa fra fine luglio ed i primi di agosto, fortemente critici ed affermativi dell'indispensabilità di un'azione intrecciata su DDL Bondi e 163/2006, difficilissima ma indispensabile per l'obiettivo della qualità diffusa. In questa direzione si è deciso di proseguire anche mediante iniziative sistematiche.
Il Consiglio Nazionale degli Architetti è Membro del Consiglio Direttivo dell'INARCH e la Giunta dell'INARCH è espressione del suo Consiglio Direttivo nel quale, oltre al CNA, vi sono ANCE, INU, OICE, molte altre associazioni, industrie, personalità e professionisti di diverso tipo.
Sono tutte circostanze che impongono di evitare ogni confusione di ruoli e di soggetti. L'INARCH è del tutto estraneo alla "lettera aperta al Presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti" ed alle polemiche interne agli Ordini Professionali. È impegnato ad agire per la qualità del progetto e quindi per la sostanziale mutazione delle normative attuali: sollecita, raccoglie sollecitazioni e contributi, elabora.

Massimo Pica Ciamarra


Codice degli Appalti, che fine ha fatto la nostra opposizione?

Caro Presidente,
sono colto da un grande dubbio e per questo mi rivolgo a te per capire se in questi anni ho sempre sbagliato le mie valutazioni sui reali interessi della nostra categoria e sulle nostre rivendicazioni.
Il quesito è il seguente: ma gli architetti italiani (o meglio i progettisti italiani), non erano radicalmente contrari a gran parte dell?apparato normativo del Codice degli Appalti in materia di progettazione delle opere pubbliche?
Non ci eravamo mille volte lamentati e ribellati contro la logica delle gare di progettazione, dello smembramento del processo progettuale (un preliminare a te, un definitivo ad un altro, un esecutivo all?impresa e una direzione lavori ad un altro ancora), della progettazione prioritariamente affidata agli uffici tecnici delle pubbliche amministrazioni, dell'appalto integrato, della marginalizzazione del valore del progetto, della scarsa  rilevanza data nei fatti ai concorsi di progettazione ecc. ecc. ?
Non abbiamo sempre sostenuto che il problema della progettazione nel settore pubblico non si esauriva certo nel tema dei minimi tariffari ma investiva alla radice la filosofia stessa del Codice che considera il progetto un servizio ? al pari di servizi informatici o pubblicitari o di pulizia ? e non un'opera di ingegno?
Cari architetti italiani che mi leggete per conoscenza, forse vi starete chiedendo da dove nascono questi dubbi. Provo a raccontarvi una storia.
Sabato 25 ottobre il senatore del PdL, Luigi Grillo ha incontrato, in qualità di Presidente della Commissione Lavori Pubblici del Senato, la più alta rappresentanza del nostro sistema ordinistico intervenendo alla Conferenza Nazionale degli Ordini degli Architetti (per intenderci l?Assemblea dei Presidenti).
Nel suo discorso, di ampio respiro, ha prima di tutto aperto la mente dei suoi interlocutori su una serie di verità non proprio connesse con il tema all'ordine del giorno e non proprio legate alla sua veste istituzionale.
Per  esempio ci ha fatto capire che:
- Il debito pubblico italiano (il più alto d'Europa) è un problema solo per  i quotidiani di questo Paese impegnati in una generale opera di "disinformatia". In realtà possiamo star tranquilli perché abbiamo uno dei più grandi patrimoni pubblici del mondo ed un risparmio privato elevatissimo (ma gli interessi che lo stato paga sul debito e che tolgono risorse al bilancio? Per ora limitiamoci ad un dubbio per volta);
- Le banche italiane sono sicure e meno esposte delle altre alla crisi internazionale grazie al grande lavoro fatto per 12 anni dal Presidente della Banca d'Italia Antonio Fazio (rinviato a giudizio per la vicenda Banca AntonVeneta. ndr.)
- Gran parte dei problemi del decentramento in Italia derivano dalla sbagliata riforma del Titolo V della Costituzione fatta dal governo Amato;
- Per fortuna l'azione del PdL ha bloccato l'invasione dei francesi nella vicenda dell'acquisizione Alitalia (ribadirlo fa sempre bene).
 
Sin qui le riflessioni di scenario, come si usa dire. Vi chiederete:  su temi politici come questi, quale è stata la replica del  rappresentante dell'opposizione? Nessuna perché nessun interlocutore dell'opposizione è stato invitato all?incontro.
Veniamo ora alle questioni più specifiche sul codice degli appalti. Il Senatore Grillo ci ha per esempio ricordato che:
- la legge Merloni è stata scritta e approvata nel 1992 avendo una "pistola alla tempia puntata dai magistrati di Milano";
- la legge obiettivo del 2001 ha sancito la fine della paralisi delle opere pubbliche;
- il codice degli appalti è un'azione legislativa meritoria. Tuttavia abbiamo assistito ad un tentativo di stravolgimento di alcuni contenuti innovativi del codice fatti dall'ex Ministro Di Pietro ma fortunatamente annullati dal terzo decreto correttivo approvato dal Governo Berlusconi;
- la legge Bondi sulla Qualità dell'Architettura ha avuto il parere positivo della Conferenza Stato Regioni e sarà una pietra miliare per i destini dell'Architettura Italiana.
Caro Presidente,
a questo punto mi sarei aspettato una sua replica chiara e definitiva su tutto quello che a noi non piace del Codice - e che in parte ho elencato prima - ed anche sulle ambiguità della Legge Bondi (che sembra la stanca ripetizione delle pressoché inutili proposte delle precedenti legislature)
Per esempio ero pronto a sentire un rilievo sul perché nel nuovo DDL sulla qualità architettonica, all'articolo 3,  si afferma che se una pubblica amministrazione deve realizzare un'opera di rilevante interesse architettonico può rivolgersi al Ministero per i beni e le attività culturali che può provvedere alla sua ideazione e progettazione (come? Con i suoi uffici tecnici? Bandendo concorsi? Non si capisce).
Ero certo di ascoltare che gli architetti italiani vorrebbero vedere elencate chiaramente nel Codice - in un'apposita tabella allegata - quali sono le opere di particolare rilevanza sotto il profilo "architettonico, ambientale, storico artistico e conservativo" (un asilo è un'opera rilevante? E un ufficio postale? Ed un arredo urbano?) e che per queste fosse sancito l'obbligo del concorso di progettazione e non la "valutazione in via prioritaria dell?opportunità" di ricorrere a tale strumento.
Mi attendevo un a feroce invettiva contro l'appalto integrato che cancella, di fatto, la figura del progettista.
Mi sarei anche aspettato un piccolo ammonimento al senatore Grillo sulle sue divagazioni di politica generale, quanto meno  poco opportune in quel contesto.
Invece, se posso permettermi una sintesi, ho sentito da te affermazioni sostanzialmente improntate al tutto bene madama la marchesa e alla speranza di avere ancora qualche margine di intervento sul regolamento di attuazione del Codice.
Cari architetti italiani, sarete curiosi di sapere almeno il contenuto di qualche intervento polemico da parte dei tanti Presidenti di Ordini degli Architetti presenti in sala, almeno per dare un po' di vivacità al confronto dialettico e per cogliere la non frequente occasione di interloquire con un politico.
Purtroppo però sarete delusi perché l'incontro si è chiuso senza che fosse previsto alcuno spazio per il dibattito.
Ma possiamo stare tranquilli. Il presidente Sirica ha concluso ricordando che le analisi economiche del senatore Grillo ci restituiscono speranza.

arch. Francesco Orofino

pubblicato in Edilizia & Appalti di Italia Oggi - mercoledì 29 ottobre 2008


Per moratoria si intende comunemente la sospensione a tempo indeterminato, di attività che siano oggetto di controversia politica.

Per concorso di idee si intende, secondo l'articolo 108 del Codice degli Appalti, una competizione "finalizzata all'acquisizione di una proposta ideativa (? ndr) da remunerare con il riconoscimento di un congruo premio".

Una lettura attenta di quanto è successo e sta succedendo in Italia in tema di concorsi di architettura ha fatto maturare all'interno della riflessione dell'Istituto Nazionale di Architettura una proposta: una moratoria, per tutte le amministrazioni pubbliche, ad ogni livello, dei Concorsi di idee.

Il ricorso al  concorso di idee negli ultimi anni è cresciuto molto più di altre procedure. Le pubbliche amministrazioni bandiscono più concorsi di idee che concorsi di progettazione. Ma a che servono i concorsi di idee?

In molti bandi si legge sempre più spesso che il concorso è finalizzato non tanto a fornire risposte o soluzioni progettuali quanto a evidenziare domande (del territorio, della società, del contesto, del paesaggio ecc.), a porre problemi che poi dovranno essere risolti attraverso altre procedure.

Dunque la pubblica amministrazione che dovrebbe avere il compito prioritario di leggere i bisogni, interpretare i problemi, chiarire le regole per poi chiedere un confronto tra diverse soluzioni progettuali, delega questo passaggio al concorso di idee.

Sul piano del confronto concorrenziale tra proposte finalizzato alla trasformazione reale del territorio il concorso di idee non serve a niente.

Inutile nasconderci dietro un dito: conosciamo tutti la prassi di questo tipo di concorsi in Italia.
Servono alle Amministrazioni, specie quelle locali, per acquisire un po' di visibilità: una conferenza stampa per annunciare l'iniziativa, un po' di clamore intorno a qualche nome di prestigio messo in giuria, una mostra sui risultati che fa pur sempre notizia. Poi più nulla.
Serve a un po' di sottobosco editoriale di settore per pubblicare qualche catalogo, qualche numero speciale di rivista o qualche selezione sui migliori "giovani architetti italiani" (in Italia significa, in media, architetti under 50).
Serve a giovani architetti di belle speranze per esercitare la propria voglia di sperimentazione e proporre riflessioni rivoluzionarie sull'architettura, spesso connotate da una sorta di onnipotenza stracciona ispirata da riviste e archistar.

Serve a tutto ciò e forse a molto altro ma certamente non serve a selezionare un progetto che, approfondito in successive fasi di elaborazione, condurrà a realizzare fisicamente un'opera in grado di modificare un luogo.

In tempi di ristrettezze economiche, quindi, meglio risparmiare (un concorso di idee comunque ha dei costi, sia per l'amministrazione che lo bandisce sia, soprattutto, per i concorrenti che vi partecipano) evitando di impegnare risorse per pratiche inutili.
Abolire per qualche anno i concorsi di idee può forse contribuire ad affermare in questo Paese un principio di una semplicità disarmante (e per questa sua semplicità praticamente ignorato): i concorsi di architettura servono per scegliere il progetto (e non il progettista) ritenuto più idoneo per realizzare una trasformazione dello spazio fisico.
Seconda moratoria connessa alla prima: vietare nei bandi di concorso la frase "la stazione appaltante si riserva la facoltà di affidare al vincitore la realizzazione dei successivi livelli di progettazione" e sostituirla con "la stazione affida al vincitore la realizzazione dei successivi livelli di progettazione".

Se non passa questa convinzione assisteremo al perdurare del doppio binario: gli incarichi "veri" per le opere pubbliche (quelli in cui l'opera da realizzare è realmente programmata, finanziata, assunta tra le priorità dell'Amministrazione) si assegnano in gran parte tramite selezione di fatturati, ribassi di parcella, numero di dipendenti, amicizie varie, scambi di favori e via dicendo; il confronto fra alternative di progetto viene lasciato quale valvola di sfogo per l'immensa comunità di progettisti chiamati ad esercitazioni sterili, - nel vero senso della parola - impantanati tra ricorsi al TAR, disquisizioni filosofiche sul principio di anonimato, estenuanti costruzioni di complesse reti di alleanze tra giurati, concorrenti, concorrenti-giurati e così via.

arch. Francesco Orofino

pubblicato in PROGETTI E CONCORSI di Edilizia e Territorio_27/10-01/11/2008_supplemento al n°42 - anno XIII


Dopo sei anni di battaglie sociali e legali, finalmente la prima ruspa è entrata nel terreno destinato ad accogliere l'auditorium progettato per Ravello da Oscar Niemeyer.

Sei anni di scaramucce pseudo-intellettuali che hanno mobilitato diecine di avvocati, provocato centinaia di articoli, sprecato migliaia di euro.
Ravello ha 16 alberghi che, insieme a negozi e ristoranti, cadono in letargo nei mesi invernali, causando la disoccupazione temporanea e l'emigrazione spesso definitiva di centinaia di giovani.

L'auditorium consentirebbe di estendere il Ravello Festival anche nel periodo invernale, de-stagionalizzando il turismo ed elevandone la qualit&agrave. ;

Contro l'auditorium si battono l'attuale Amministrazione di Ravello e Italia Nostra, con la solidarietà di una cinquantina di intellettuali.

Secondo Italia Nostra l'auditorium devasterebbe un panorama "intatto e perfetto". Vi allego una foto con la simulazione dell'auditorium, dalla quale si evince come, lungi dal deturpare un paesaggio vergine, l'auditorium riscatterebbe un sito devastato dalla speculazione edilizia.

A favore dell'auditorium si sono dichiarati la Regione Campania, l'ex Amministrazione comunale, Legambiente, WWF, Verdi e oltre duecento intellettuali, 840 ravellesi che hanno sottoscritto un appello e 50 ravellesi che si sono costituiti in comitato per difendere l'auditorium presso il Consiglio di Stato.

Su sei processi intentati per ricorsi contro l'auditorium, cinque si sono conclusi con il rigetto del ricorso.

L'assurda opposizione autolesionista che l'attuale Amministrazione Comunale sta conducendo con ogni mezzo contro l'auditorium, mette in pericolo un finanziamento di 18,5 milioni di euro, un capolavoro di Oscar Niemeyer, la realizzazione di un modello moderno di economia basata sulla sinergia tra cultura e turismo.

Domenico De Masi


IN/ARCH - Istituto Nazionale di Architetura - via Crescenzio, 16 Roma - tel 0039 06 6868530 - inarch@inarch.it